“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9) PDF Stampa E-mail

 

Makàrioi hoi eirēnopoioì,

hoti autoi hyioì Theoū klethēsontai.

 

Obiettivamente Dio annunzia 'la pace per il suo popolo' (Sal 85,9), ma per cercare di comprenderla a modo suo, siamo intenzionati a fermare l' attenzione sulla settima beatitudine in Matteo, cercando di fare nostre le Sue Parole. Una beatitudine va letta, come ogni altro insegnamento di Gesù, nella Sua persona. Per questo, le beatitudini non si riferiscono a otto categorie distinte di persone, ma così come sono riscontrabili in Gesù, tali da formare un ritratto per il discepolo. Nelle beatitudini non sono evidenziate le diverse virtù quanto piuttosto una promessa di liberazione. Esse sono ‘la promessa di un futuro che porta con sé il mutamento radicale del presente’.

DALLE PAROLE AL CONTESTO BIBLICO

Nel mondo greco, l’aggettivo makários, tradotto con beati, originariamente vuol dire ‘essere liberi dalle preoccupazioni quotidiane’: è la condizione degli dei e di coloro che sono ad essi associati. Poi l’uso si diffuse ed il termine indicò semplicemente la parola ‘felice’. Le espressioni che si aprono con questo termine si dicono ‘macarismi’ e indicano gli eventi considerati positivi nella vita: si felicitano i genitori per la nascita dei figli, i ricchi per la loro ricchezza, etc.

Nella LXX, makários traduce l’ebr. ‘ashe , espressione che indica anch’essa augurio e felicità. Secondo Chouraqui, “il termine evoca la rettitudine dell’uomo in cammino su una strada che va diritta verso JHVH”.

L’aggettivo eirēnopoiós = pacificatore, operatore di pace, appare solo nel Nuovo Testamento. Esso è composto da eirênē, pace, e dal verbo poiéō, che significa fare, produrre, causare, compiere, determinare, far nascere. La beatitudine degli operatori di pace non indica solo un atteggiamento, ma anche una meta esterna, ‘una cosa da realizzare’, cioè la pace.

E’ la pace, eirênē, la condizione di tranquillità, di assenza di guerra, di ordine e diritto, da cui scaturisce il benessere. Da condizione esterna giunge poi a esprimere un atteggiamento personale. Nell’Antico Testamento, eirênē traduce nei LXX l’ebr. shālōm, che esprime la prosperità che viene da Dio; traduce anche altri vocaboli che indicano tranquillità, quiete, sicurezza, libertà da preoccupazioni, condizione di fiducia. “Shālōm abbraccia tutto quello che è dato da Dio, su qualunque piano, e si avvicina al concetto di salvezza, come bene che viene all’uomo da parte di Dio. In Gdc 6,24 si dice “Il Signore è la pace”. È dono di Dio, ma occorre che gli uomini facciano cose giuste per conservare e conquistare la pace. Shālōm è orientato in senso sociale ed è in stretto rapporto con tsedāqāh, giustizia:

“Se avessi prestato attenzione ai miei comandi,

il tuo benessere (shālōm, gr. eirênē) sarebbe come un fiume,

la tua giustizia (tsedāqāh, gr. dikaiosýnē) come le onde del mare” (Is 48,18).

Il tardo Giudaismo afferma che bisogna operare la pace, sia nel rapporto con l’altra persona, sia nel rapporto con Dio. I rabbini lodano gli operatori di pace, cioè coloro che riconciliano due che sono in lite (persone, nazioni). La comunità di Qumran, vissuta dal II sec. a.C. al I sec. d.C., si ritiene la comunità salvifica definitiva, nella quale è già iniziato il bene escatologico della pace.

La pace nel Nuovo Testamento è nello stesso tempo la realtà nuova operata da Dio in Cristo, e secondariamente un nuovo rapporto tra uomo e uomo e fra Dio e l’uomo. Come atteggiamento interiore, è partecipazione alla pace di Dio che tutto abbraccia. La pace nel NT si caratterizza come pace di Cristo e dono del Padre e del Figlio, ottenuto nella comunione con Cristo. Il regno di Dio è giustizia e pace (Rm 14,17), quindi include la pace fra gli uomini. Gesù infatti è venuto ad annunziare la pace: “Questa è la parola che Dio ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti” (At 10,36, citazione di Is 52,7).

La pace è un bene da cercare. Così viene esortato Timoteo dall’ apostolo Paolo:

22Fuggi le passioni giovanili: cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro.

23Evita inoltre le discussioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese. 24Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti, atto a insegnare, paziente nelle offese subite,

25dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità

26e ritornino in sé sfuggendo al laccio del diavolo, che li ha presi nella rete perché facessero la sua volontà” (2Tm 2,22-26).

 

Questa pace non deve essere concepita né come la distanza dello stoico da ciò che gli succede intorno e nemmeno come pura spiritualizzazione e ‘interiorizzazione’, ma come certezza di avere parte alla pace di Dio che è già cominciata.

Giacomo dice che, a nostra volta, siamo chiamati a ‘produrre la pace’, assicurando che “un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (karpós dè dikaiosúnēs en eirênē speíretai toīs poioûsin eirênēn) (Gc 3,18). La promessa “saranno chiamati figli di Dio” ( l’espressione hyioì Theoū riferita agli esseri umani appare in Matteo solo qui in 5,45 ) è riferita proprio agli operatori di pace perché gli sforzi di pace spesso non corrispondono alle tendenze umane spontanee: ci vuole un risoluto sforzo di volontà per realizzarli. In questo Paolo è un gigante della fede.


 
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