miscellanea
Qualità” e “senso” della vita nel paziente oncologico. Relazione tra medico e paziente PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni   
Venerdì 01 Giugno 2012 09:07

 

Nonostante i numerosi e significativi progressi scientifici in ambito oncologico, che hanno sicuramente determinato un netto miglioramento degli approcci terapeutici e un aumento della sopravvivenza dei pazienti, il cancro resta a tutt’oggi una delle malattie a più ampia diffusione ed una delle principali cause di morte in ogni parte del mondo. Nell’immaginario individuale e collettivo il cancro continua, di fatto, ad associarsi a significati di sofferenza fisica e psichica, di morte ineluttabile, di stigma e diversità, di colpa e di vergogna.

La care del paziente oncologico

Il cancro è un evento traumatico che interviene bruscamente ed improvvisamente alterando l’equilibrio individuale e interpersonale ed evocando un clima di incertezza e indeterminatezza. Non riguarda soltanto l’individuo malato ma coinvolge inevitabilmente la sua famiglia che spesso diventa una “unità sofferente”. Si tratta di una prova esistenziale sconvolgente che riguarda tutti gli aspetti della vita: il rapporto con il proprio corpo, il significato dato alla sofferenza, alla malattia, alla morte, così come le relazioni familiari, sociali, professionali.

Pensare che chi sta dall’altra parte non è semplicemente il portatore di un danno cellulare più o meno complesso ma una persona che necessita in tutti i momenti dell’iter diagnostico-terapeutico di una presa in carico globale, attenta e sensibile a tutti i bisogni che direttamente o indirettamente il soggetto esprime

DIAGNOSI

La comunicazione della diagnosi

Nella costruzione del rapporto medico-paziente un momento cruciale è rappresentato dalla informazione del paziente riguardo la diagnosi, le terapie proposte e la prognosi

I medici sono oggi sempre più a favore di un’informazione completa al paziente in quanto la crescita esponenziale della conoscenza scientifica e dell’oncologia richiede, allo stesso paziente, una partecipazione consapevole al processo decisionale

Fornire informazioni è un atto medico con un’enorme importanza terapeutica: oltre a ridurre l’ansia e l’incertezza, restituisce al paziente la libertà che la malattia gli ha sottratto, l’autonomia e la capacità di fare delle scelte, la consapevolezza della realtà che sta vivendo e l’adattamento alla nuova situazione di vita

Il problema oggi non è tanto il “dire o non dire” ma è incentrato soprattutto sul “come” fornire le informazioni al paziente nel rispetto dell’obiettività del dato clinico, del diritto del paziente a conservare la speranza e dell’obiettivo di produrre il miglior adattamento possibile per lui alla nuova situazione di vita

Ciò prevede da parte del medico una conoscenza specifica riguardo la vita personale e familiare del paziente (anamnesi) in modo da valutare cosa dire e con quali modalità (utilizzando comunque una terminologia “non traumatizzante” e comprensibile per il paziente)

Le variabili dalle quali può dipendere l’opportunità di una più o meno esplicita spiegazione al malato sono:

la richiesta di essere informato (il diritto alla “non informazione”)

l’equilibrio psicologico

la sede e la gravità della malattia

il tipo di trattamento cui sarà sottoposto il paziente

l’età e il grado di cultura

la stabilità delle relazioni con la famiglia

Comunicare la diagnosi di un tumore o di una ripresa della malattia è un momento estremamente delicato e importante del processo terapeutico.

L’informazione al paziente di fatto è una “comunicazione” e non una semplice trasmissione di informazioni e come tale non può prescindere da una relazione con lui.

La comunicazione non passa soltanto attraverso canali di tipo verbale ma molto più sottilmente ed in modo spesso più incisivo attraverso un insieme di messaggi non verbali (il tono della voce, la gestualità): è di fondamentale importanza che non vi sia contraddizione tra questi due tipi di comunicazione.

La verità non è solo difficile da ascoltare, ma è anche difficile da dire

Di solito la comunicazione della diagnosi non si esaurisce in un “atto unico” ma può avvenire gradualmente nel tempo, all’interno della relazione tra medico, paziente e familiari, man mano che la consapevolezza e i bisogni del paziente cambiano in relazione all’iter della malattia

E’ fondamentale che le informazioni fornite al paziente siano sempre chiare e coerenti: sicuramente la verità è di gran lunga più accettabile rispetto ad una bugia maldestra.

D’altro canto altrettanto negativo della non informazione è il comportamento di chi “butta addosso” al paziente la diagnosi come se fosse una “patata bollente” magari per liberarsi velocemente del fardello psicologico di gestire l’informazione all’interno di una relazione con il paziente.

Non esiste una formula adatta per tutte le situazioni (dire tutto in ogni caso oppure non dire nulla in ogni caso)

Sicuramente è un diritto del paziente conoscere la malattia da cui è affetto anche per poter affrontare con maggiore motivazione le terapie spesso pesanti che gli vengono proposte

Quello che a volte viene “calibrato” sulla presunta capacità di accettazione da parte del paziente è l’informazione riguardo lo stato di gravità della malattia e la prognosi

Difficoltà del medico a gestire da un lato le pressioni dei familiari che vogliono “proteggere” il paziente e dall’altro la legislazione che obbliga ad una informazione chiara e completa (“consenso informato”)

Il paziente oggi viene sempre più coinvolto nel processo terapeutico e nelle decisioni cliniche, spesso anche nella scelta tra diversi trattamenti

La “compliance” del paziente al trattamento è fortemente legata alla capacità del medico di motivarlo (adeguata informazione-comunicazione)

Rifiuto delle cure (…o della malattia?): il meccanismo della negazione o la paura degli effetti collaterali dei trattamenti oltre a determinare spesso un ritardo nella diagnosi possono a volte causare il rifiuto delle terapie o il ricorso a trattamenti alternativi

La paura della sofferenza indotta dai trattamenti può a volte prevalere sulla paura della malattia stessa (soprattutto nei casi a buona prognosi)

CHIRURGIA

Mantiene sempre un ruolo importante e primario nel trattamento della maggior parte dei tumori

Tende ad essere oggi sempre più conservativa grazie alla associazione con le altre modalità terapeutiche

L’atto operatorio suscita numerose paure: minaccia alla propria integrità fisica, preoccupazione di affidarsi alle mani di un estraneo, di non risvegliarsi dopo l’anestesia,…

D’altro lato l’atto chirurgico, pur essendo traumatico, è visto anche come trattamento immediato e liberatorio

L’ intervento chirurgico più o meno demolitivo può comunque determinare un’alterazione della propria immagine corporea o addirittura il rifiuto del proprio corpo (mastectomia, colostomia, interventi sull’apparato genitale)

RADIOTERAPIA

Utilizzata oggi per la cura di numerose neoplasie da sola o associata con la chirurgia o con la chemioterapia allo scopo di aumentare la sopravvivenza dei pazienti ma anche di ridurre la necessità di interventi chirurgici demolitivi con preservazione della funzione d’organo e netto miglioramento della qualità di vita del paziente

Può essere fonte di paure specifiche:

timore di qualcosa che non si vede (le radiazioni)

di essere “bruciati” dalle radiazioni

di rimanere radioattivi dopo il trattamento

di trovarsi soli in un bunker sotto apparecchiature sofisticate (mi può cadere addosso?)

CHEMIOTERAPIA

In passato quasi esclusivamente limitata a pazienti con neoplasia in fase avanzata, oggi è ampiamente utilizzata come terapia preoperatoria (neoadiuvante) o più frequentemente postoperatoria (adiuvante) e coinvolge quindi molti pazienti potenzialmente già guariti

Paura degli effetti collaterali del trattamento (vomito “anticipatorio”)

Alterazione del proprio corpo in relazione alla terapia: il paziente si vede malato di cancro (es. caduta dei capelli) e anche gli altri lo vedono così

Importanza delle altre figure professionali coinvolte nel trattamento e spesso più a lungo a contatto con il paziente: il personale infermieristico ed i tecnici di radioterapia, che si trovano spesso a rassicurare il paziente anche riguardo gli effetti collaterali dei trattamenti

Il paziente, durante il percorso terapeutico, fa abitualmente ricorso a persone diverse nella ricerca di sostegno, rivelando a ciascuno, spesso, lati differenti di sé

Spesso il paziente sceglie proprio l’infermiera o il tecnico per esternare le proprie emozioni, paure, ansie o per parlare di sé e della sua famiglia

La fase del follow up

Più della metà dei pazienti con diagnosi di cancro presenta un’ aspettativa di vita di 20 anni o più, nonostante ciò le conseguenze fisiche e psicologiche del cancro rimangono a lungo dopo il termine delle terapie nonostante la rassicurazione che non c’è evidenza di malattia.

Purtroppo sopravvivere al cancro spesso non significa tornare alla normalità di prima, molte persone si sentono diverse sperimentando un cambiamento nella propria immagine corporea e nelle relazioni interpersonali

Molti pazienti sperimentano uno stress psicologico legato proprio al termine delle terapie attive (soprattutto di quelle adiuvanti) come se si sentissero improvvisamente privi di “protezione”

Pertanto la fine delle terapie e l’entrata nella fase di remissione sul piano medico non sono sempre concomitanti con la risoluzione della crisi legata alla malattia e al suo trattamento

Molti pazienti vivono con disagio i controlli per il timore di scoprire una ripresa della malattia

La sindrome della spada di Damocle e lo stato di preoccupazione e di ansia che ne derivano possono assumere le caratteristiche di una vera “seconda malattia” (disponibilità del medico all’ascolto e a rispondere alle domande dei pazienti)

La maggior parte dei pazienti trova invece rassicurazione nell’incontro con il medico che conferma che “le cose vanno bene” e addirittura alcuni accettano con difficoltà il diradarsi dei controlli nel tempo

La ripresa di malattia

Di solito rappresenta un evento ancora più traumatizzante della diagnosi iniziale

L’evoluzione della malattia è vissuta dal paziente (e anche dal medico) come un insuccesso nella consapevolezza che la possibilità di morire si fa più concreta

La comunicazione al paziente della ripresa di malattia è molto più difficile rispetto a quella della diagnosi iniziale, anche in relazione alla disponibilità o meno di ulteriori armi terapeutiche

La comunicazione della ripresa di malattia

E’ comunque di fondamentale importanza che al paziente non venga mai tolta la speranza, così come probabilmente è ingiusto illuderlo o ingannarlo (anche se in certe situazioni di malattia avanzata il confine tra speranza e illusione è sfumato). La speranza nei casi di malattia avanzata non dovrebbe essere quella di guarire o di essere immortali ma dovrebbe essere una speranza aderente alla realtà: ad esempio mantenere controllata la malattia il più a lungo possibile e con il minor carico di sofferenza

La fase di malattia terminale

Cure palliative volte non più alla guarigione ma al controllo dei sintomi (dolore)

Attenzione rivolta soprattutto alla qualità della vita

Hospice ed assistenza domiciliare: la realistica speranza di essere assistiti con cura, competenza e umanità fino in fondo è un potente antidoto all’angoscia del malato e della sua famiglia, legata alla prospettiva di essere “scaricati” dall’istituzione ospedaliera e quindi abbandonati a sé stessi proprio nelle fasi finali

Importanza del supporto sociale (familiari, amici, volontari,…) per affrontare meglio le varie fasi della malattia ma soprattutto quella terminale

Supporto alla famiglia durante la fase terminale e anche dopo (gestione del lutto)

L’adattamento alla malattia ed ai trattamenti dipende in larga misura dalla qualità dell’approccio relazionale dell’ équipe curante, che ne è artefice soprattutto tramite il controllo degli effetti collaterali delle terapie, il controllo del dolore, della sintomatologia ansiosa e depressiva.

Ciò è possibile attraverso una presa in carico individualizzata del paziente, tramite l’informazione sui vari aspetti della patologia così come tramite la valutazione dei suoi bisogni, delle sue possibilità di scelta, della sua situazione familiare e sociale

Questo presuppone da parte del medico anche un “ascolto attivo” della storia del paziente, delle sue fantasie, delle sue paure e dei meccanismi difensivi adottati per contenere l’angoscia.

Una modalità di “presa in carico” del paziente efficacemente sperimentata nel nostro ospedale è quella attuata attraverso la costituzione di un’ équipe multidisciplinare di professionisti delle diverse specialità con l’elaborazione di “percorsi diagnostico-terapeutici” per le varie patologie neoplastiche (senologia, neoplasie del distretto ORL, neoplasie gastrointestinali) allo scopo di:

concordare ed elaborare nel corso di incontri periodici il percorso diagnostico-terapeutico più adeguato per il singolo paziente

ridurre al minimo i tempi di attesa durante le delicate fasi di definizione diagnostica, di stadiazione e di impostazione delle terapie

Il paziente si sente “preso per mano” proprio nel momento di maggior disagio legato dapprima al sospetto e poi alla diagnosi di cancro e condotto in poco tempo a definire un percorso attivo di “lotta” alla sua malattia

Sapere che la proposta terapeutica che gli viene presentata è frutto di una discussione collegiale tra diversi specialisti è per il paziente particolarmente confortante

Il confronto tra le diverse figure professionali dell’ équipe in merito al singolo paziente aiuta anche a cogliere meglio le eventuali manifestazioni di disagio psicologico presentate dal paziente nelle varie fasi dell’iter diagnostico-terapeutico (che possano richiedere l’intervento dello psicologo)

Ultimo aggiornamento Venerdì 01 Giugno 2012 09:07
 
Alberto Torresani: Ipazia PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni   
Domenica 25 Settembre 2011 21:57

Pubblicato il 26-04-2010  su www.confrancesco.it

 

Nel 2009 è stato diffuso il film di Alejandro Amenóbar intitolato “Agorá” dedicato a Ipazia, celebre astronoma, matematica e filosofa neoplatonica di Alessandria, massacrata da un gruppo di cristiani fanatici, aizzati da monaci, nel marzo 415 e perciò proclamata prima martire del libero pensiero. Poiché non accadono fatti così gravi senza un mandante rimasto nell’ombra, responsabile effettivo della morte di Ipazia, secondo le fonti pagane, fu Cirillo vescovo di Alessandria, in seguito proclamato santo e dottore della Chiesa. Così si desume dalla lettura della voce “Ipazia” di Wikipedia.

Occorrono alcune precisazioni. Il regista spagnolo sceglie un tema contundente per la Chiesa cattolica. La cultura di quel paese, fin dal 1898, attribuì alla monarchia la causa del disastro che completò la perdita di tutto l’impero coloniale radunato al tempo di Carlo V e Filippo II nel XVI secolo. La monarchia, secondo gli intellettuali della generazione del ’98, si reggeva su due pilastri, l’esercito e la Chiesa cattolica. Perciò occorreva condurre la battaglia per togliere, a Chiesa cattolica ed esercito, ogni credibilità. Il risultato fu la caduta della monarchia e la proclamazione della prima repubblica nel 1931, seguita dalle note leggi anticlericali. Non essendo bastata la prima dose, nel 1936, a seguito della vittoria elettorale del Fronte Popolare -comprendente anarchici, socialisti e comunisti- ci fu l’insurrezione dell’esercito, subito combattuto da milizie popolari. Queste furono soccorse, a loro volta, dall’URSS di Stalin e da brigate internazionali, viste con favore dai governi ancora liberi d’Europa perché ostacolavano la crescente potenza di regimi come quello fascista e nazista. Per quanto riguarda la Chiesa spagnola, nel giro di un mese e mezzo, furono massacrati circa 6.800 tra vescovi, sacerdoti, religiosi e monache. Il culto pubblico nelle chiese fu proibito per tre anni e molti edifici di culto furono distrutti. La guerra civile fu vinta dal generale Franco, che in seguito mantenne il potere fino alla morte, dopo aver restaurato la monarchia che, per ora, va bene anche ai socialisti, arrivati al potere mediante elezioni libere. Rimane la Chiesa a ricordare alcune verità scomode e perciò occorre tenerla sotto pressione, mediante una campagna di opinione pubblica ostile, che deve risultare incessante. Il motto è quello indicato da Voltaire che terminava ogni sua lettera con la famosa parola d’ordine “écrasez l’infâme”. Voltaire impiegò il saggio letterario, l’articolo di giornale, in modo esemplare col caso Calas, l’ebreo di Lione condotto alla disperazione dalla persecuzione cristiana. Voltaire ripeteva anche “Calunniate, calunniate, che qualcosa rimane”. Il sistema del saggio funziona immaginando una botte dalla quale si spilla un bicchiere di vino. Dopo averlo assaggiato, si afferma che tutto il contenuto della botte è buono o cattivo. La storiografia francese, al contrario, ci ha insegnato ad accogliere qualunque ipotesi di lavoro, ma col dovere di fornire dati quantitativi circa il fenomeno indicato come prevalente. I perseguitati e uccisi dall’intolleranza cristiana sono unità, decine, migliaia o milioni? Il caso Ipazia divenne una norma? L’ultima persecuzione subita dai cristiani da parte dell’Impero romano al tempo di Diocleziano, tra il 303 e il 305, fece un numero di martiri oscillante tra 20.000 e 100.000, secondo varie stime. Le persecuzioni attribuite ai cristiani raggiunsero quelle cifre?
I redattori diWikipedia asseriscono che è possibile modificare, documenti alla mano, le affermazioni della nota enciclopedia elettronica. Se si esamina la voce “Notte di San Bartolomeo”, in apertura si legge che gli Ugonotti massacrati nell’agosto 1572 furono 70.000. Più avanti, si afferma che le vittime accertate e debitamente testimoniate furono meno di 3.000. Ma allora, perché rimane l’altra cifra, certamente esagerata, se non per mantenere sotto pressione ideologica il lettore di quella voce?
Infine, occorre ricordare che quando la Chiesa cattolica ricorda i suoi martiri lo fa per esaltare la loro testimonianza di fede, la loro fortezza, e mai per scatenare l’odio nei confronti dei persecutori: Ponzio Pilato e gli imperatori romani non sono esecrati, ma solo citati per ricordare che il potere politico era stato impiegato contro i martiri che da parte loro nulla avevano detto o fatto contro le istituzioni politiche. Perciò i martiri erano testimoni della libertà delle coscienze che devono concedere allo Stato solamente ciò che gli è dovuto, il tributo e l’obbedienza alle leggi giuste ovvero razionali.
Nel caso di Ipazia, verso il 415 ad Alessandria la maggioranza dei cittadini era cristiana, ma rimaneva una forte presenza di ebrei. Il prefetto Oreste entrò in disaccordo col vescovo Cirillo, forse spalleggiato dai pagani che avevano in Ipazia un’autorevole figura di riferimento. Tra le fonti antiche che riferiscono i fatti, citate dai redattori di Wikipedia, c’è Damascio, pagano, vissuto tra il 480 e il 550 e perciò un secolo dopo l’uccisione di Ipazia. Damascio è l’ultimo scolarca della scuola d’Atene, chiusa nel 529 dall’imperatore Giustiniano, perché avvertita come rifugio estremo del paganesimo. Nessuno Stato, almeno fino alla metà del secolo XIX, ha mai accettato l’esistenza nel proprio ambito territoriale, di una istituzione ufficiale di insegnamento professante un’ideologia ostile allo Stato ospitante. I redattori di Wikipedia dimenticano che, fino alla caduta del muro di Berlino, nell’URSS non c’era spazio per alcun insegnamento filosofico che prescindesse dal marxismo e che nel Politburo c’era Suslov, l’ideologo ufficiale che doveva vigilare sull’interpretazione da dare a tutti i fatti di maggior rilievo, condotta secondo le categorie di giudizio marxiane. Fino a tutto il secolo XVII si pensava che lo Stato non potesse governare sudditi di diversa religione. In Inghilterra, non potendo cacciare i cittadini cattolici, si volle discriminarli impedendone l’accesso al Parlamento, alle università più prestigiose, all’esercito, alla diplomazia. Il Test Act fu abrogato nel 1829, a seguito delle proteste degli Irlandesi. Forse solo ai nostri giorni sarà abrogata la clausola che impedisce a un erede al trono britannico la conversione al cattolicesimo. Perciò Damascio, con la sua carica di risentimento anticristiano, non è un testimone attendibile.
Nella Historia Ecclesiastica di Socrate Scolastico, vissuto tra il 380 e il 450, si trova una vita di Ipazia forse più equanime. Si accenna alle chiacchiere che attribuiscono all’influsso di Ipazia il disaccordo insorto tra il prefetto Oreste e il vescovo Cirillo. Anche in questo caso occorre tener presente che l’Egitto era praticamente l’unico produttore di frumento da esportazione presente nel Mediterraneo. Costantinopoli praticava vendite di frumento a prezzo politico a favore della plebe urbana per mantenerla tranquilla. Quando anche in Egitto il raccolto risultava scarso, occorreva ugualmente inviare frumento alla capitale, con sofferenza della popolazione egiziana che non capiva perché si dovesse, anche in epoca di carestia, continuare a inviare viveri all’estero. Era la situazione dell’Ucraina del 1932, quando la gente moriva di fame, ma l’URSS continuava a esportare frumento per pagare i macchinari necessari alla sua industria. I vescovi di Alessandria divennero i defensores civitatis della loro diocesi, facilmente confusi con gli avversari del governo e perciò osteggiati.
Nella Cronaca di Giovanni vescovo di Nikiu c’è un accenno alla vita di Ipazia. Giovanni aggiunge il tema delle arti magiche coltivate da Ipazia, che avrebbero sedotto il prefetto Oreste, tanto da allontanarlo dalla chiesa che era solito frequentare, radunando nella sua casa un circolo ostile ai cattolici e al loro vescovo. Narra di un incidente avvenuto in teatro. Un certo Hierax, evidentemente ostile ai pagani e al teatro da loro frequentato, vi si recò per conoscere il testo di un editto che era stato bandito. Gli Ebrei lo attaccarono come se fosse un sobillatore e il prefetto lo fece sottoporre a pubblica punizione. Il vescovo Cirillo si risentì nei confronti del prefetto e quando Oreste cercò di fermare gli Ebrei, costoro si rifiutarono di ascoltarlo, continuando il tumulto contro i cristiani. A loro volta, costoro si organizzarono a difesa delle proprie chiese e attaccarono le sinagoghe ebraiche, saccheggiando le loro proprietà, senza che Oreste fosse in grado di difenderli. In seguito il tumulto cristiano si diresse contro Ipazia, che fu aggredita e massacrata, con scempio del cadavere. Da questa fonte sembra di capire che ad Alessandria, nel marzo 415, avvenne un grave tumulto, peraltro non raro nel corso di tutta la sua storia, e che gli Ebrei furono cacciati da una città di cui occupavano due dei cinque quartieri che la formavano. Forse è bene ricordare che tumulti così gravi non avvengono senza responsabilità di tutte le parti che si trovano in contesa.
Tra gli esecutori del misfatto c’erano anche alcuni monaci. Il movimento monastico era nato in Egitto con gli esempi memorandi forniti da Antonio e Pacomio. Il successo del nuovo movimento fu clamoroso con migliaia di monaci che elessero come sedi preferenziali la Tebaide, a oriente del Nilo, e la Nitria, una regione del delta a occidente del fiume. I monaci ostentavano una certa ignoranza, perché ritenevano che il sapere rende superbi, e formavano gruppi di pressione anche nei confronti del vescovo. Nessuna delle fonti antiche è in grado di fornire la prova di una positiva presa di posizione del vescovo Cirillo ostile ad Ipazia e anche l’affermazione, cara ad alcuni giudici italiani, che Cirillo non poteva non sapere che cosa stava accadendo, non convince. La successiva inchiesta circa i tumulti di Alessandria, ordinata dalla reggente  Pulcheria, non fu in grado di indicare esecutori materiali e mandanti dell’assassinio della filosofa, a differenza degli scrittori recenti, a partire dal XVIII secolo, che si ritengono in grado di saper risolvere il giallo.
Nel 1925, il nunzio in Germania Eugenio Pacelli incontrò a un pranzo di diplomatici il noto storico tedesco Adolf von Harnack. Gli chiese il grado di attendibilità delle ricostruzioni degli avvenimenti del passato effettuate dagli storici, avendo come risposta “circa il cinquanta per cento”. Ciò significa che almeno la metà di ogni discorso storico assume finalità ideologiche. Un indizio di quanto si è affermato si desume dal fatto che i redattori di Wikipedia hanno deciso di offrire la libera disponibilità di un libro sulla vicenda. Si tratta di un lavoro del 1914, pubblicato da Augusto Agabiti, il solito dilettante massone che conduce la sua battaglia per la libertà di coscienza contro il fanatismo e la mancanza di tolleranza, affrontando un avvenimento del V secolo con le categorie culturali del XX secolo, ma al fine non dichiarato di écraser l’infâme.    


di Alberto Torresani

 

Ultimo aggiornamento Domenica 25 Settembre 2011 21:58
 
Inceneritori, le verità nascoste PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni   
Martedì 08 Marzo 2011 22:36

di Ascanio Vitale 7 marzo 2011

Aveva 46 anni Antoine Lavoisier quando, nel 1789, pubblicò il suo Traité Élémentaire de Chimie (Trattato elementare di chimica) . Un trattato che aprì le porte della chimica moderna e che racchiudeva una delle leggi più importanti su cui si è basata la ricerca: la legge della conservazione della massa. Forse alcuni di voi la ricordano dagli studi del liceo, forse altri ne avranno sentito parlare in qualche trasmissione scientifica; a Palazzo Chigi di Lavoisier non sembrano averne mai avuto notizia.

Da tempo i nostri politici parlano di “termovalorizzatori”, termine inesistente sia nel gergo tecnico sia nella stessa lingua italiana, che lo ha dovuto adottare per forza di cose, non essendoci in Italia un confronto pubblico tra i diversi pareri in gioco. Anche in questi giorni, mentre a fatica si tenta di riportare la situazione napoletana alla normalità, la bufala viene riproposta come soluzione. Gli inceneritori - chiamiamoli con il loro vero nome – seguono le stesse leggi della chimica di tutti gli altri processi in natura, riducendo per combustione il volume dei rifiuti immessi, modificandone la composizione chimica, ma non la massa. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.

All’inaugurazione dell’inceneritore di Acerra, Berlusconi lo aveva definito “un dono di Dio”, una tecnologia innovativa da adottare in giro per l’Italia, che “inquina quanto due auto di media cilindrata poste a 110 metri di altezza”.

La verità, come spesso accade rispetto alle dichiarazioni dei nostri politici, è ben altra. L’impianto di Acerra è ben lontano dall’essere un prodigio della tecnica: dell’energia prodotta, solo un quarto viene impiegata per produrre elettricità. Il calore in eccesso, che potrebbe essere recuperato per il teleriscaldamento, viene smaltito in aria e in acqua, contribuendo ulteriormente all’abbassamento dell’efficienza di produzione, differentemente da quanto dichiarato da alcuni esponenti politici. La pochissima energia elettrica prodotta, in parte riassorbita dall’impianto per il suo funzionamento, viene incentivata oltremisura con i fondi del Cip6, destinati sulla carta alle fonti rinnovabili, il cui 92% – oltre 2.5 miliardi di euro all’anno – è invece finito ad arricchire le imprese che avevano costruito gli inceneritori.

A una scarsa efficienza energetica si aggiunge l’estrema pericolosità dei prodotti di scarto. Nel solo impianto di Acerra dovrebbero essere processate 81.21 tonnellate di rifiuti solidi urbani ogni ora, dai quali è stata eliminata (a meno di non smaltire le ecoballe che la stessa Fibe, azienda costruttrice dell’impianto, ha prodotto per anni illegalmente) la cosiddetta “frazione umida”. In sostanza, il potere calorifico che permette il parziale recupero dell’energia si basa principalmente su materiali come plastica, legno e carta, ampiamente riciclabili e dalle quali si potrebbe risparmiare fino a 7 volte l’energia impiegata per produrne di nuove e allo stesso tempo dare un serio apporto all’occupazione, visto l’indotto che si crea intorno alla filiera del riciclaggio.

Tuttavia, non si tratta unicamente di un problema energetico. In uscita dall’impianto, tra scorie provenienti dalla camera di combustione e dalle ceneri ottenute dal trattamento dei fumi, escono circa 21 tonnellate di rifiuti speciali, il cui smaltimento resta un compito difficile, generalmente affidato ad impianti di stoccaggio dedicati. Il problema di eliminare le discariche, quindi, è solo ridotto al costo di un aumento della tossicità del rifiuto da stoccare.

Le centinaia di materiali diversi che vengono combusti nell’impianto comprendono anche metalli pesanti e cloro – per citarne alcuni – che inevitabilmente fuoriescono dai camini, spesso legandosi chimicamente lontano dalle centraline di rilevamento per creare composti tossici di cui l’uomo è bioaccumulatore (es. diossine) o ridotte a dimensioni così piccole da illudere i sensori previsti dalla legge (nanopolveri), ma sufficientemente per superare la nostra barriera ematocerebrale e causare un aumento dell’incidenza di patologie oncogene.

Si tratta di circa 65 tonnellate ogni ora a cui vanno aggiunti i reagenti immessi nel trattamento, arrivando a circa 80 tonnellate ogni ora di composti di varia natura immessi in atmosfera, che vanno a precipitare sul terreno di un’area valutabile in qualche centinaio di chilometri quadrati. Nonostante le certezze della scienza, la strategia per affrontare la questione dei rifiuti in Italia è sempre la stessa: assegnare agli inceneritori il ruolo cardine della soluzione, aprire qualche nuova discarica con la scusante dell’emergenza e sbandierare dichiarazioni a vuoto sull’importanza della raccolta differenziata all’interno del ciclo.

Peccato che sia le leggi italiane – in particolare il Dlgs 152/06 e la Legge 296/06 – sia le direttive europee sostengano il contrario, obbligando a quote di riciclaggio del 60% entro quest’anno. Ad oggi, invece, solo 25 province riescono a superare la quota del 40%. Campania e Lazio sono i fanalini di coda tra le Regioni, con poco più del 10% e la Sicilia non gode di posizioni migliori: Palermo e Messina non raggiungono il 5%, saturando discariche che dovrebbero essere destinate ad accoglierne solo una piccola percentuale. San Francisco, la cui popolazione raccoglie quella di Napoli e Roma messe insieme, ha superato da poco il 75% della raccolta differenziata, raddoppiando in pochi mesi la quota attraverso la raccolta porta a porta.

Ma il riciclaggio è nemico degli inceneritori, perché li priva della loro materia prima, impoverendo le qualità caloriche del rifiuto urbano e rendendo poco conveniente il recupero energetico, persino in presenza dei fondi del Cip6. Le dichiarazioni dei politici inneggianti a un tragitto obbligato che impieghi entrambe le soluzioni, cominciando dalla costruzione di impianti di incenerimento, mostra l’evidente ignoranza rispetto a semplici principi di fisica e di chimica, o peggio, la malafede nella pianificazione della gestione dei rifiuti.

L’Italia persiste nell’adottare tecnologie obsolete e non sostenibili, che in fondo riflettono perfettamente i caratteri della sua classe dirigente. Assenza di pianificazione a lungo termine, ignoranza diffusa e corruzione: forse i veri rifiuti da smaltire siedono in Parlamento.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/07/inceneritori-le-verita-nascoste/95799/


Ultimo aggiornamento Martedì 08 Marzo 2011 22:46
 
A tavola con i boss - Peppe Ruggiero sul business dei prodotti alimentari gestiti dalla camorra PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni   
Lunedì 14 Febbraio 2011 16:23

 

12 settembre 2010

Ogni mattina in Italia ha luogo un rituale che unisce il paese intero, dal Piemonte alla Sicilia. Mamme, nonni, studenti fuori-sede, single, omosessuali, tutti indistintamente compiono un unico gesto dove non c’è ombra di razzismo. Fare la spesa. Scegliere i prodotti tra i banchi di un supermercato, di un mercato rionale o di una salumeria e poi tornare a casa a preparare il pranzo oppure la cena. E,

senza che se ne abbia la consapevolezza, spesso dietro a quel rituale incombe l’ombra della criminalità organizzata. Anzi, molto più che un’ombra. Dall’antipasto a base di mozzarella di bufala, agli spaghetti alle vongole; e per secondo un’ampia varietà di scelta: spigola all’acqua pazza, filetto di “Sandokan” o bistecca connection. Per chiudere con la frutta al percolato e gli immancabili gelato e caffè. Neanche un rinomato chef potrebbe elaborare un “menù della camorra” così perfetto.

È tutto vero: nessuno li vede, nessuno li ha invitati, ma spesso si cena con i boss. Sono loro a imporre marchi e prodotti, a scegliere il menù. I clan sono in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Forniscono di tutto. Noi paghiamo, loro incassano. Un giro d’affari di circa 70 miliardi di euro l’anno. Di fatto una tassa occulta sui prodotti, una tassa che pesa sulle tasche degli ignari consumatori e che arricchisce i trentuno clan che hanno le mani in pasta. La faccia concreta di una mafia ingorda e insaziabile che agisce in ogni comparto, dalla coltivazione alla vendita, altera la libera concorrenza, influenza i prezzi di mercato, scarica i costi sul portafoglio dei cittadini e sfrutta il mondo del lavoro. Difficile da sanare, complicato da contrastare. Le attività criminali in questo settore si intrecciano e si confondono con quelle legali attraverso un complesso sistema di relazioni che coinvolge il contesto sociale, la struttura economica e quella istituzionale.

La camorra fa la parte da leone, e a tavola è seduto il gotha: dai Fabbrocino ai Mazzarella, dai Casalesi ai Mallardo, dai Vollaro ai D’Alessandro. Le inchieste della magistratura, le relazioni della Direzione investigativa antimafia e della Direzione distrettuale antimafia hanno rintracciato la mano della camorra su tutto: carni macellate, acqua, latte e latticini, frutti di mare, caffè. Prevale chi alla torrefazione abbina finanziarie per l’avvio dei bar, condizionandoli poi per anni. Ma la camorra controlla perfino il mercato dei mangimi per gli animali.

Il meccanismo lo ha spiegato Franco Roberti, ex della DDA di Napoli, oggi procuratore capo a Salerno, in un’audizione alla Commissione parlamentare antimafia: «I commercianti sono costretti a trattare questo o quel prodotto, questo o quel marchio, ma ricevono spesso dei vantaggi. Acquistano a prezzi abbordabili perché la camorra compra in grandi quantità e sottocosto. Ricicla. I commercianti hanno poi il vantaggio dell’esclusività. Si eliminano i concorrenti. Si crea un regime di monopolio». E a pagare sono solo i consumatori: i prezzi, tra pizzo e tangente, continuano a salire senza nessuna garanzia sulla qualità dei prodotti. Non è questione di gusti. E nemmeno di prezzo. È solo uno sporco affare. L’ennesimo affare di camorra.

Le linguine ai datteri proibiti

Un bel giro in costiera amalfitana. Sole, mare e tanta bellezza. E alla fine della giornata è d’obbligo una sosta al ristorante. Come farsi scappare un bel piatto di linguine con i datteri? In Campania, ma soprattutto nella “divina costiera”, è un marchio doc, da primato nella hit parade dei buongustai. Un piccolo grande “vizio” proibito, vietato, e per questo ancora più gustoso. Basta poco, ma bisogna trovare il ristorante giusto, l’amico che ti conosce.

Tutto è scientificamente studiato: nel menù non lo trovi, ma se sei un cliente affezionato e fidato, è probabile che il cameriere ti sussurri all’orecchio «Dotto’ abbiamo freschi freschi i datteri della penisola… una delizia». E al palato, si sa, non si comanda. Giusto il tempo necessario per la cottura e al tavolo verrà servito un piatto profumato di linguine ai datteri… fuorilegge.

Non tutti lo sanno – o, per meglio dire, i più fanno finta di non saperlo – ma la pesca, la detenzione e la commercializzazione dei datteri di mare sono vietate per legge. Off limits. E nonostante questo, ogni anno in Italia vengono raccolte tra le 80 e le 180 tonnellate di datteri, equivalenti a 6-15 milioni di individui e a 4-10 ettari di fondali desertificati. La loro pesca determina la totale distruzione delle scogliere in cui vivono: i datteri vengono raccolti spaccando e sminuzzando la roccia con picconi, scalpelli e addirittura martelli pneumatici. Uno scempio ambientale di cui siamo anche noi, inconsapevolmente – ma quanto? – responsabili. Ogni volta che ordiniamo un bel piatto di linguine ai datteri, causiamo la distruzione di 16 individui, equivalenti a un quadrato di fondale di 33 centimetri di lato. Scempio ambientale e criminale. Basta farsi un giro a ridosso delle festività natalizie nei mercati storici di Napoli per trovarli esposti sui banchi a ben 100 euro al chilogrammo. Gli stessi finiranno nel piatto di linguine che il ristoratore selvaggio ti piazza anche a 30 euro. Un giro d’affari colossale da circa un milione e mezzo di euro l’anno. Business per i soliti noti, personaggi spesso collegati alla criminalità organizzata. Agiscono nella penisola sorrentina, a Capri, a Punta Campanella. Il lavoro dei “datterai” si trasmette di generazione in generazione e non conosce periodi di crisi. Sono stabiesi, torresi, salernitani. Sono loro ad avere l’esclusiva. I datteri sono “cosa loro”. Nella sola area della penisola sorrentina e della costiera amalfitana sono circa cinquanta quelli che, ogni giorno, armati dei loro arnesi da lavoro – scalpello e martello – distruggono le meraviglie e la vita dei nostri mari.

La giornata dei datterai inizia alle prime luci dell’alba. Con piccoli scafi veloci, muniti di tutte le dotazioni di sicurezza del caso, partono da Castellammare di Stabia in provincia di Napoli, nell’area denominata “acqua della madonna” e approdano in qualsiasi punto della costa: da Sorrento a Salerno, isola di Capri compresa. Anche tra gli abitanti della costa non mancano quelli che si dedicano a questa criminosa attività: è il caso di alcune rinomate località come Seiano, Massa Lubrense e Praiano. Ogni scafista lascia uno o due subacquei sotto costa, quindi si allontana, anche per centinaia di metri e aspetta l’ora concordata per il recupero, che avviene di solito dopo 4-5 ore. Il datteraio si inabissa nei fondali marini e armato di un pesante martello bipenna, ma anche di picozze e martelli, frantuma indisturbato la parete rocciosa. Quando la tana del mollusco è sufficientemente aperta, lo cattura con una piccola pinza. I datterai sono capaci di consumare anche dieci bombole in una sola giornata. E per non essere visti in superficie, adottano un semplice stratagemma: affondano il recipiente in cui sono conservati i datteri. Anche i bambini hanno un ruolo in questa azione criminale: spesso, infatti, gli scafi “ospitano” minorenni e donne per disorientare le forze dell’ordine, inscenando una bella gita in barca.

Il giro di affari è notevole, i rischi vicini allo zero. Ciascun datteraio preleva in media 20 chilogrammi di datteri al giorno che rivende a 40 euro al chilogrammo, per un guadagno totale di 800 euro. Il periodo di attività, che un tempo era di sei mesi l’anno, ora non conosce sosta. Compiuto il saccheggio, i predoni del mare ritornano alla base e scaricano la preziosa merce praticamente indisturbati. Sul molo prestabilito in partenza, ad attenderli c’è l’intermediario di turno. Qui avviene lo scambio della merce. Il pagamento è rigorosamente in contanti. Quindi si carica il bottino, destinazione i vari luoghi di smistamento. E da lì verso i clienti privati, i ristoranti e le pescherie.

Bufala a denominazione di origine camorristica

L’oro bianco dei Casalesi, gioia e dolore dei loro affari. Mozzarella di bufala DOP. Soldi, qualità, tipicità. Economia da grandi numeri, da milioni di euro. E la mozzarella di bufala rappresenta la metafora migliore per raccontare i Casalesi, uno dei clan più potenti a livello internazionale. Governano il mondo dell’edilizia, costruiscono ovunque. Investono a Wall Street. Viaggiano eleganti e con valigette ventiquattrore. Ma con la loro amata “bufala” la fiducia e il rapporto rimane immutato e costante nel tempo. Nonostante la mozzarella li metta davanti alle loro colpe, al tradimento del territorio nel quale sono nati e vivono. E dove vivranno i loro figli e nipoti. Trecce e bocconcini di tutti i tipi, dopati con ormoni, prodotti con latte boliviano o proveniente dai paesi dell’Est. Bufalini infetti “taroccati” per sani, terreni avvelenati dallo sporco affare dei rifiuti tossici dove le bufale pascolano. Come sono lontani i tempi del clan che si proponeva come istituzione a garanzia del benessere dei concittadini e del paese!

Nonostante tutto, il binomio bufala-Casalesi continua. E non può essere altrimenti: sono nati bufalari, moriranno bufalari. Cemento, rifiuti, alta finanza, appalti sono arrivati dopo, ma la loro origine è negli allevamenti e nelle campagne. Quante cose hanno visto e sentito le bufale del casertano: ciascuna di loro ha incontrato e visto almeno un camorrista. Accade a Casal di Principe, a Castel Volturno, a Grazzanise, a Marcianise. Il regno delle famiglie che contano: Schiavone, Zagaria, Iovine, Bidognetti. Non c’è un loro parente che non possegga un caseificio e che non allevi bufale. Dieci, cento caseifici, spuntano come funghi dall’oggi al domani. Danno da mangiare a decine e decine di persone. Non hanno bisogno di licenza edilizia amministrativa, basta quella della camorra. E se arriva la “madama” a sequestrare tutto, la vendetta è immediata. Violenta e feroce. Lo raccontano le inchieste della magistratura, ma soprattutto la penna esperta e profonda della giornalista Rosaria Capacchione. Azienda Selvalunga, località Grazzanise: oltre seicento bufale di qualità. Latte da vendere in quantità e soldi contanti da investire. L’azienda viene messa sotto sequestro. Si tratta di un’azienda a responsabilità camorristica, riconducibile a Giuseppina Nappa, un nome d’eccellenza, moglie di Francesco Schiavone, in arte “Sandokan”.

Nonostante l’azienda fosse da tempo sequestrata e affidata a custodi giudiziari, la reggente del clan continuava a vendere il latte in nero a una lunga fila di imprenditori pronti ad acquistare. Quando il capo ordina, non c’è alternativa: si obbedisce. Ma il meccanismo viene scoperto dalla magistratura e in terra di camorra non si può accettare di essere sconfitti dallo Stato. Ed ecco che scatta la vendetta: i custodi sotto minaccia armata sono obbligati a far morire di fame e di sete le seicento bufale. No camorra, no Stato. E così, nel giro di poche settimane le povere bestie vengono lasciate a spegnersi lentamente. Tagliato alla radice quello che per il boss in tanti anni era stato il motore dell’economia criminale. Oro bianco che produce economia sotto regime camorristico e che fattura zero quando ritorna nelle mani dello Stato. Nel mondo delle bufale si può anche morire di fame. Basta un’ordine della camorra. Mozzarella a denominazione d’origine camorristica. E se provi a parlarne, rischi molto: o perché disturbi la camorra o perché immediatamente scatta la minaccia della querela da parte delle associazioni di categoria o del mondo della politica.

Del resto, il business dell’oro bianco viaggia su grandi cifre. È patrimonio nazionale, vetrina da esportare in tutto il mondo. Oltre 1.900 allevamenti di bufala DOP, 250.000 capi di bestiame, 3.000 imprenditori, 370 caseifici, oltre 300 milioni di fatturato annuo; 130.000 bufale in lattazione, 33.000 tonnellate prodotte ogni anno, di cui circa il 90% in Campania e il rimanente 10% nel basso Lazio e in Puglia. L’84% viene venduto sul mercato nazionale e il restante 16% sul mercato estero. E nessuno vuole generalizzare. Ma che qualche guaio ci sia stato nel passato e che continui a esserci anche nel presente, difficile smentirlo. Eppure è colpa del destino cinico e baro se dal 2002 a oggi almeno una volta l’anno dobbiamo registrare uno scandalo sulle mozzarelle di bufala. Vogliamo chiamarli incidenti di percorso. Come quello di Domenico Bidognetti, cugino del superboss Francesco, collaboratore di giustizia, condannato all’ergastolo. In sette mesi di dichiarazioni ha fatto luce su oltre cento omicidi in terra di Gomorra. E sugli scandali della bufala camorrista.

Nei verbali racconta di acquisti di terreni da parte dei Casalesi. Fondi che devono fruttare soldi, economia che gira. Il gioco è semplice. È il meccanismo del ciclo dell’ecomafia raccontato per decenni da Legambiente: acquisti un terreno, utilizzi la terra per lavori di edilizia e grandi appalti. Il buco viene colmato con rifiuti tossico-nocivi, di tutti i tipi e qualità. E una volta coperto, l’alternativa è costruire case, sempre abusive, o occultare tutto realizzandoci sopra un’azienda bufalina. È tutto scritto nei verbali. Il collaboratore di giustizia ha fornito ai magistrati un vero e proprio elenco dettagliato delle aziende made in Casalesi. Con bufale che pascolano e mangiano su terreni infettati dalle stesse mani criminali. Una ruota che gira e che fa guadagnare. Sempre. Altro giro, altra corsa. Ma sempre soldi. Parole che Domenico Bidognetti ha pagato caro: nel maggio 2008, i killer della camorra per vendetta uccidono suo padre, Umberto Bidognetti. Dodici colpi lo raggiungono mentre sta lavorando all’interno del suo allevamento di bufale a Cancello Arnone, nel casertano. Ucciso come un boss, anche se non lo era. Le parole del figlio sono state pesanti come pietre, anzi come proiettili. Dodici più uno, quello finale. Dritto alla tempia.

 

Una spina nel fianco

C’è un’Italia che combatte le mafie, quotidianamente e in silenzio. Una marea di giovani, riuniti in cooperative sociali, che gestiscono i beni confiscati alle mafie. Ogni mattina si alza- no alle prime ore dell’alba e coltivano i terreni che una volta erano proprietà di boss del calibro di Provenzano, Brusca, Riina, Piromalli, Schiavone. Attraverso il lavoro, i tanti giova- ni siciliani, pugliesi, calabresi, campani distruggono “il capita- le sociale” della mafia e sottraggono ai boss lo strumento del consenso. Un traguardo raggiunto dopo ventotto anni di duro lavoro. Una data d’inizio: la legge Rognoni-La Torre del 1982. Una tappa finale: la legge 109 del 1996 che regola l’utilizzo sociale dei beni confiscati. La mafia restituisce il maltolto.

Oggi, nella lotta alla mafia, più della politica sono i cittadini a rappresentare la vera spina nel fianco. «Questi terreni appartenevano a Totò Riina»; «Bernando Provenzano era il padrone di questo vigneto»; «Questo agriturismo è dedicato alla memoria del piccolo Di Matteo ucciso barbaramente». Poter oggi ascoltare queste frasi, pronunciate ad alta voce dai giovani delle cooperative Libera Terra, significa potersi rendere conto di quanta strada sia stata fatta. Quindici anni fa nessuno si sarebbe immaginato che qualcuno le potesse pronunciare. Come nessuno si poteva immaginare che in tanti supermercati, in tante botteghe, in tanti negozi si sarebbero riusciti a trovare tanti prodotti coltivati sui terreni dei mafiosi. Certo la lotta alle mafie non è ancora vinta. Non è ancora finita. Ma la strada è stata tracciata. E se è vero che il percorso è ancora lungo, i compagni di viaggio stanno cominciando a diventare tanti. E allora anche un piccolo brindisi aiuta. Che aspettate. Mettetevi a tavola. Questa volta la qualità del menù è garantita. Buon appetito.

 

Questo testo è tratto dal nuovo libro di Peppe Ruggiero, L’ultima cena. A tavola con i boss, in uscita nei prossimi giorni per la collana VERDENERO di Edizioni Ambiente: un viaggio nel business dei prodotti alimentari gestiti dalla camorra. Mozzarella di bufala, datteri di mare, spigole, gelato, frutta, caffè. Un impero gastronomico illegale e contaminato che contribuiamo ad alimentare con i nostri acquisti quotidiani. Ma è anche un viaggio nell’Italia che ogni giorno combatte la criminalità in silenzio, le centinaia di giovani, riuniti in cooperative sociali, che gestiscono i beni confiscati alle mafie e che immettono sul mercato prodotti di qualità garantita.

 

da http://www.ilpost.it/2010/09/12/camorra-business-alimentare/1-2-3

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Dicembre 2012 18:28
 
Umberto Eco, Semiotica e Filosofia del Linguaggio, 1994 PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni   
Domenica 02 Gennaio 2011 11:32

Semiotica e filosofia del linguaggio 1

Se andate a consultare gli atti del primo congresso internazionale di semiotica (Milano 1974)2 vedrete che sono suddivisi in 13 sezioni. Dopo una sezione generale, aperta dall'ormai famoso "Coup d'oeil sur le développement de la sémiotique" di Roman Jakobson, seguivano una sezione di tono filosofico, dedicata ai Fondamenti, e una sui rapporti tra Linguistica e Semiotica. Quindi c'erano i Linguaggi Formalizzati e Scientifici, Semantica e Pragmatica, Semiotica della letteratura, delle arti visive, del cinema, televisione e teatro, architettura, musica; quindi una sezione dedicata alla semiotica delle culture, una sul comportamento non verbale, e infine una sulla psicopatologia.

Era molto, e già il programma del convegno mostrava quanti temi possano essere affrontati da un punto di vista semiotico. Ma era poco, se si considera il programma del quinto congresso internazionale di semiotica, che si è svolto nella seconda metà di giugno 1994 a Berkeley. Se nel 1974 poteva parere normale che si affrontassero semantica e pragmatica, le varie arti, i sistemi non verbali e persino la psicopatologia (non dimentichiamo che era presente al congresso anche Jacques Lacan, e che a quell'epoca molti semiologi si confrontavano con la psicoanalisi), il programma del congresso di quest'anno lascia sorpresi per l'immensa varietà dei temi. Ne cito solo alcuni, tralasciando quelli più ovvi, o simili ai temi del primo congresso.

Troviamo metateoria, Biosemiotica, Intelligenza Artificiale, Science Cognitive, Analisi del discorso politico, Temporality, Japanese Pragmatics, Semiotica del Silenzio, Semiotica della Morte, Cyberspace, Legal Semiotics, Media, Body, Religion, Simmetria in Cristallografia, Marketing, Scrittura e Calligrafia, Humor, Didattica, Sign Processes in Human-Computer Interaction, Post Modern, Library and Information Science, Other Sexuality, Analysis of the Cold War, Medical Semiotics...

E' giunto dunque il momento di chiedersi se la semiotica sia una scienza, una disciplina particolare col proprio metodo, o una confederazione di ricerche con poca connessione tra loro.

Certamente io sarei d'accordo nel definire la semiotica lo studio della semiosi in tutte le sue forme, e la semiosi è un processo che si trova a molti e diversi livelli, ogni qual volta qualcosa sta al posto di qualcos'altro sotto qualche rispetto o capacità, e si stabilisce un rapporto tra un segno, il proprio oggetto e il proprio interpretante - come avrebbe detto Peirce. Ma basta questa definizione, in sé assai vasta, a circoscrivere i limiti e il campo di una disciplina?

1. Semiotica generale e semiotiche specifiche

Nel mio Semiotica e filosofia del linguaggio (1984) asserivo che la semiotica in quanto disciplina pone il proprio oggetto, anziché trovarlo come dato: e vedremo più avanti che, a certe condizioni, non intendo discostarmi da tale assunzione. Allo stesso titolo la fisica pone i concetti di atomo, forza, inerzia o tempo, e la zoologia non potrebbe decidere se un organismo è o no di sua competenza senza porre un concetto di organismo animale. Ma questo gesto di posizione può avvenire perchè lo studioso è pur sempre determinato da una serie di accadimenti empirici che sarebbero riconosciuti come tali anche se non esistesse una scienza che li studia.

E' facile asserire che esiste una storia della letteratura di lingua spagnola. Si può trattare questa letteratura con metodi diversi, far la biografia degli autori, la ricostruzione filologica dei testi, l'analisi post-moderna o decostruzionista di un'opera; si può usare un metodo strutturalista, marxista, sociologico... Ma siamo sempre di fronte al fatto empiricamente verificabile che esistono dei testi scritti in castigliano, siano essi un brano di Alfonso el Sabio, una pagina di Cervantes, di Gracian, di Marcelino Menendez y Pelayo o di Gabriel Garcia Marquez. Del pari la zoologia può provare imbarazzo a classificare l'ornitorinco, ma esiste una capacità intuitiva da parte di ogni essere umano di riconoscere un essere vivente, e al massimo si possono discutere alcune situazioni di frontiera in cui la scienza zoologica deve decidere se certi microrganismi siano animali o piante.

Pensate invece all'imbarazzo di una disciplina come l'estetica. Al di là del settore tutto sommato impreciso (attraverso il tempo e lo spazio geografico) di quelle che gli uomini presentano come opere d'arte, pare che gli esseri umani denuncino esperienze estetiche nei casi più disparati, di fronte a un tramonto, a una rana, a un cibo, a un altro essere umano spesso, per altri, di dubbia bellezza; e dicono belli dei sentimenti, dei ragionamenti matematici, o l'esperienza del divino. L'unica decisione empiricamente giustificabile sarebbe accettare come oggetto di una teoria estetica tutte le esperienze rispetto alle quali gli esseri umani pronunciano la parola "bello", ammesso e non concesso che i suoi equivalenti in ogni lingua siano sinonimicamente tali: ma accade che gli esseri umani non pronuncino questa parola di fronte a esperienze che molti definirebbero come estetiche, o la pronunciano in situazioni che nessuna teoria estetica esistente troverebbe adeguate.

Ed ora veniamo alla semiotica. Per il laico può apparire sovente incongruo che si trovino riuniti sotto la stessa egida studiosi che parlano delle strutture sintattiche dello Swahili e altri che analizzano la direzione di uno sguardo in un quadro del rinascimento, per non dire di altri ancora che si interrogano sui meccanismi inferenziali che guidano il medico nel diagnosticare una polmonite o sul problema se esista un sistema di comunicazione tra linfociti. E non solo il laico ma anche il chierico talora si chiede se la semiotica debba occuparsi, oltre che dei processi comunicativi intenzionali, anche di quelli nel corso dei quali si tratta un sintomo naturale come se fosse stato intenzionalmente emesso a fini comunicativi.

Di solito noi ci sentiamo molto sicuri di noi stessi quando rispondiamo al laico che è solo dovuto alla sua pochezza il fatto che non veda una relazione tra la parola fumo e un fil di fumo, tra la lingua tedesca e il sistema di segnalazione semaforica, tra l'emissione di un atto linguistico e l'ostentazione di un paio di scarpe alla moda. Non pensiamo più, da qualche decennio, che tutti questi fenomeni debbano essere investigati con gli strumenti della linguistica; non pensiamo più che la semiotica debba solo occuparsi dei sistemi di segni o dei segni organizzati in sistema, perchè sappiamo di dover spiare anche i momenti in cui si comunica senza, al di fuori, prima, contro il sistema; sappiamo che si può far semiotica sia studiando le regole che i processi, compresi i processi sregolati. E tuttavia potremmo ancora enunciare alcuni principi, che non ritengo indispensabile riassumere in questa sede specializzata, ci provengano essi da Saussure, da Hjelmslev, da Peirce o da altri. Questi principi permettono a chi si dice semiotico di asserire che esso vede un fenomeno empiricamente verificabile comune a molti fenomeni, al di là di molte evidentissime differenze: il semiologo è colui che si lascia incuriosire dal fatto che perlomeno gli esseri umani usano fonazioni, gesti, oggetti naturali o artificiali per riferirsi ad altri fenomeni (oggetti, classi di oggetti o stati di fatto) che non sono percepibili durante quella interazione specifica, che spesso non esistono, o che hanno una forma di esistenza diversa da quella fisica.

La prova che gli umani siano capaci di far questo è che se mangiano un pezzo di carne anche il loro gatto se ne accorge, e reclama la sua parte, mentre se emettono la fonazione Caracas è a sud di Buenos Aires, il loro gatto rimane inerte mentre il loro eventuale interlocutore umano reagisce in modo che altri interlocutori umani interpreterebbero come manifestazione di dissenso. Il semiologo chiama questo fenomeno semiosi. Forse è più facile riconoscere l'esistenza empirica di testi scritti in castigliano o di esseri animali che non quella dei processi di semiosi, e per questo la semiotica fa più fatica a farsi riconoscere che non la storia della letteratura o la zoologia, ma è costato altrettanto sforzo far riconoscere l'esistenza empirica dei bacteri; e l'esistenza degli atomi, benché nessuno ardisca metterla oggi in dubbio, non si verifica a livello di percezione quotidiana.

Pertanto, anche se una frase è diversa da un poema epico, e se il modo in cui percepiamo i segnali del Morse è diverso da quello con cui percepiamo la forma e le sfumature cromatiche di una nuvola, sosteniamo, esplicitamente o implicitamente, che in tutti i casi deve agire un meccanismo comune, per quanto disparati appaiano i suoi esiti superficiali: se è lo stesso apparato fisiopsicologico che ci mette in grado di capire la frase domani pioverà e la nuvola che annuncia una pioggia non ancora esperita, allora deve esserci qualcosa che permette di unificare questi due processi di apprendimento, elaborazione, previsione e dominio intorno a qualcosa che la semiosi non ci mette davanti agli occhi.

Ed ecco dunque che il chierico non si stupisce se allo steso congresso qualcuno parla del rapporto tra un pronome e il sostantivo che esso anaforizza, un altro del modo in cui un racconto annuncia le proprie fasi successive, e un altro ancora delle convenzioni per cui, basandoci su previe e naturali esperienze, una manica a vento induce a prevedere le sequenze future del viaggio che stiamo per affrontare.

Se così stessero le cose, non potrei che ripetere quanto ho già sostenuto in altre sedi. Esiste una semiotica generale che non può e non intende investigare i meccanismi di funzionamento di specifici processi di semiosi e che si preoccupa di porre filosofico alcune categorie fondamentali, quali quella di semiosi, di segno, di rapporto di significazione, d’inferenza interpretativa e così via. Questa semiotica generale ha per scopo di mostrare la fondamentale unità di esperienze per altri versi assai diverse, per quanto generalissimo sia il suo punto di vista, e lontano l'obbiettivo con cui mette a fuoco i dati molteplici delle nostre varie esperienze. Questa semiotica generale è una branca della filosofia, o meglio è la filosofia intera in quanto impegnata a riflettere sul problema della semiosi.

Rispetto alla semiotica generale, esistono le semiotiche specifiche, che sono lo studio di un determinato sistema di segni e dei processi che esso può consentire: Esempio principe di semiotica specifica è la linguistica. Ma è semiotica specifica anche lo studio della segnaletica stradale, e buono per il secondo che i suoi cultori abbiano ad affannarsi meno dei cultori della prima, così come oggi un rilevamento costiero è più semplice dell'indagine sulle origini e composizione di una galassia. Ed è semiotica specifica anche lo studio di processi i cui pare agire il motore della semiosi, e che tuttavia non sono ancora o non possono essere riconducibili a sistemi soggiacenti stabili, e rispetto ai quali si è ancora fermi alla ricerca sul campo, alla raccolta paziente dei dati, al tentativo di dirimere contraddizioni teoriche. Ma in definitiva molte semiotiche specifiche possono raggiungere lo status di una scienza umana e come tali delineare dei sistemi di regole, dei criteri di interpretazione, nonché elaborare previsioni almeno statisticamente attendibili, nel senso che si può prevedere che per esprimere l'azione di un agente su un paziente gli utenti di una certa lingua si atterranno mediamente ad alcune strutture sintattiche definite, e che in un corpus di racconti popolari al complicarsi della peripezia dovrebbero mediamente sopraggiungere alcune formule standardizzate di scioglimento.

Questo rende comprensibile perchè a un convegno di semiotica partecipino sia cultori di semiotiche specifiche, che fanno ricorso alla filosofia come lo studioso di qualsiasi scienza che sempre presuppone un apparato concettuale e una propria metafisica influente, e filosofi per cosi dire puri, i quali fanno semiotica come filosofia della semiosi.

Perchè una semiotica generale come filosofia della semiosi possa legittimare delle semiotiche specifiche, occorre che il suo proprio oggetto, sia pure posto filosoficamente, abbia dei limiti, tali almeno da permettere di distinguere una semiotica specifica da una fisica specifica o da una embriologia specifica.

2. Grammatiche, semiotica generale e filosofia del linguaggio

Il problema è piuttosto che, se si accetta la mia definizione di semiotica generale come riflessione filosofica sul fenomeno della semiosi, ci si può legittimamente chiedere in che cosa una semiotica generale differisca da una filosofia del linguaggio.

Siccome non mi interessano i nomi o le etichette accademiche, ma quello che si fa, potrei tranquillamente rispondere che mi va benissimo identificare semiotica generale e filosofia del linguaggio. Tuttavia l'esistenza di discipline all'interno degli ordinamenti universitari riflette differenze di scuola e di metodo, e bisogna riflettere su queste differenze.

Esistono delle scienze specifiche del linguaggio come la linguistica o la glottologia o - in altri sistemi semiotici - l'iconografia o la musicologia. Chiameremo questi studi, con espressione atecnica, grammatiche, nel senso che tendono a individuare le regole di funzionamento di un certo sistema di segni. E' una grammatica la linguistica dell'italiano come lo studio dei linguaggi tambureggiati e fischiati presso una tribù primitiva, o lo studio dei diversi tipi di segnaletica fatto da Prieto. Qualsiasi teoria generale dei sistemi di segni che si ponesse come grammatica generale o universale, sarebbe una grammatica nella misura in cui, pur riducendo le proprie categorie ad alcune ascisse generali che si presumono presenti in ogni sistema di segni, tentasse di articolare queste categorie in un sovra-sistema che voglia rendere ragione del perché i vari sistemi di segni funzionano in un certo modo.

In tal senso la filosofia del linguaggio assumerebbe come date le ricerche delle grammatiche; darebbe per definite le grammatiche e rifletterebbe piuttosto sull'uomo in quanto usa, costruisce o trasforma le grammatiche onde parlare dell'universo (nel senso massimale del termine, che può comprendere anche entità metafisiche che Carnap avrebbe espunto dal regno delle proposizioni dotate di senso). In tal senso problemi come quelli dell'origine del linguaggio (perché è una filosofia del linguaggio anche quella di Vico), o della valutazione del loro uso in termini vero-funzionali, sfuggirebbe alla presa delle grammatiche, e cadrebbero sotto l'egida di una filosofia del linguaggio.

Se quella di Heidegger è una filosofia del linguaggio (e non si può negare che sia una riflessione filosofica sul linguaggio), essa costituisce l'esempio principe di una filosofia del linguaggio che ignora ogni problema grammaticale, e quando lo sfiora, almeno a livello etimologico, si permette licenze che avrebbero scandalizzato Isidoro di Siviglia.

Per ragioni storiche la semiotica contemporanea sarebbe nata invece anzitutto come grammatica, vuoi come grammatica universale, vuoi come confederazione di grammatiche specifiche. E' indubbio che così sia avvenuto con la semiotica strutturale, lungo la linea che da Saussure e Hjelmslev va sino a Barthes – che ha tentato persino a una grammatica della moda in quanto descritta, o della cucina giapponese. Quella di Lévi-Strauss è una grammatica dei rapporti parentali, e per questo ha avuto tanta influenza sullo sviluppo della semiotica strutturale. Greimas nasce come lessicografo e fonda una grammatica persino troppo rigorosa della generazione di discorsi narrativi.

Ma al di fuori del filone strutturalista, anche Peirce - se pure fonda sin dagli inizi la sua semiotica come discorso prettamente filosofico (elaborando la sua nuova lista di categorie, la critica del cartesianesimo e un abbozzo di teoria dell'inferenza), mette contemporaneamente in opera la costituzione di una grammatica di tutti i tipi di segni, almeno nella forma della sua classificazione tricotomica, ponendosi espressamente il problema di una grammatica e di una retorica speculativa.

Peirce è tuttavia l'esempio di come la distinzione tra indagine filosofica e indagine grammaticale non sia così netta. Se si ricostruisce una storia della semiotica, come storia delle varie dottrine dei vari tipi di segni, è possibile separare un momento grammaticale da un momento filosofico in Aristotele o negli Stoici? Forse che gli Analitici primi sono una grammatica logica e gli Analitici secondi una riflessione filosofica sui modi della conoscenza? La grammatica universale dei modisti appartiene al momento dell'analisi grammaticale o alla riflessione filosofica sul ruolo ed essenza del linguaggio? Locke dà l'impressione di far della filosofia del linguaggio, ma Port Royal fa solo della grammatica? Chomsky fa evidentemente della grammatica ma la filosofia del linguaggio - cartesiana - che ne traiamo non è solo implicita, come sarebbe implicita una metafisica influente in una teoria dell'indagine scientifica, e costituisce il nucleo espresso e imprescindibile di tutta la sua impresa. Dove porremmo la grammatica formale di Montague? Le massime pragmatiche di Grice e la sistematica degli atti linguistici da Austin a Searle sono filosofia del linguaggio o grammatica - nel senso esteso del termine, per cui vanno investigate, descritte, e regolate anche le modalità di uso di un linguaggio naturale?

Ritengo dunque che esistano delle semiotiche specifiche, che sono appunto quelle che ho chiamato grammatiche di un particolare sistema di segni e che Hjelmslev avrebbe chiamato, al plurale, semiotiche. Queste grammatiche potrebbero esistere e talora si sono sviluppate al di fuori di un quadro semiotico generale. Ma naturalmente risultano più interessanti quando tengono conto di questo quadro: talora la preoccupazione del quadro ha prevalso sulla specificità della ricerca, e si sono avuti negli anni sessanta tentativi abbastanza ingenui di estendere le categorie della linguistica a ogni sistema segnico; e questo avveniva perché si assegnava a una grammatica specifica, quella della lingua, il compito di divenire parametro di una semiotica generale. Ma un esempio equilibrato di elaborazione di grammatiche specifiche di sistemi semplici (le segnaletiche visive) mi pare quello di Prieto in Messages et signaux, dove si usa quale parametro provvisorio la nozione linguistica di articolazione, ma proprio per mostrare come i sistemi che egli esamina non obbediscono alle stesse regole dei linguaggi naturali.

Quando è bene costruita una semiotica specifica raggiunge uno statuto scientifico, o vi si approssima, nella misura in cui questo è consentito nell'ambito delle scienze umane. Molte di queste grammatiche hanno sempre una componente descrittiva, talora una componente prescrittiva e in qualche misura una componente predittiva, almeno in senso statistico, in quanto dovrebbero essere in grado di prevedere come in circostanze normali l'utente di un dato sistema genererebbe o interpreterebbe messaggi emessi secondo le regole di quel sistema.

A queste semiotiche specifiche si opporrebbe, nel senso che si sovraordinerebbe, una semiotica generale. Mentre le semiotiche specifiche trovano in qualche modo i propri oggetti come già dati (suoni, gesti, bandierine e così via), una semiotica generale pone il proprio oggetto come categoria filosofica. In tal senso quel concetto di segno, o di semiosi, che dovrebbe rendere ragione dei vari fenomeni individuati dalle semiotiche specifiche, è un concetto filosofico, un costrutto teorico.

Certo è più facile riconoscere l'esistenza empirica di testi scritti in italiano (oggetto di una storia della letteratura o delle lingua italiana) o di specie animali, che non quella dei processi di semiosi, e per questo la semiotica fa più fatica a farsi riconoscere che non la storia della letteratura o la zoologia, ma è costato altrettanto sforzo costruire il concetto generale di atomo, che ha raggiunto peraltro uno statuto filosofico prima di ogni possibile verifica empirica.

Pertanto, anche se una frase è diversa da un poema epico, e se il modo in cui percepiamo i segnali del Morse è diverso da quello con cui percepiamo la forma e le sfumature cromatiche di una nuvola, sosteniamo, esplicitamente o implicitamente, che in tutti i casi deve agire un meccanismo comune, per quanto disparati appaiano i suoi esiti superficiali: se è lo stesso apparato fisiopsicologico che ci mette in grado di capire la frase domani pioverà e la nuvola che annuncia una pioggia non ancora esperita, allora deve esserci qualcosa che permette di unificare questi due processi di apprendimento, elaborazione, previsione e dominio intorno a qualcosa che la semiosi non ci mette davanti agli occhi.

Questa semiotica generale è una branca della filosofia, o meglio la filosofia intera in quanto impegnata a riflettere sul problema della semiosi.

Ma se è così, in che cosa si distingue una semiotica generale dalla filosofia del linguaggio? Se sono da riconoscere come filosofie del linguaggio quelle di Quine, di Putnam, di Rorty, di Gadamer, di Heidegger, di Vattimo, di De Mauro o di Bonomi, allora la semiotica generale è filosofia del linguaggio la cui unica caratteristica distintiva sarebbe quella di essere ritenuta migliore delle altre da coloro che la praticano - se non fosse che lo stesso privilegio caratterizza ciascuna delle altre.

Tuttavia credo che si possa individuare due tratti che distinguono l'impresa semiotica da quella di altre filosofie del linguaggio. Essi sono (i) la decisione di generalizzare le proprie categorie in modo da portarle e definire non solo le lingue naturali o i linguaggi formalizzati, ma ogni forma espressiva, anche le meno grammaticalizzabili, anche i processi aurorali di grammaticalizzazione, anche le operazioni di sgrammmaticalizzazione di un linguaggio dato, anche i fenomeni che non appaiono intenzionalmente prodotti a fini espressivi ma che si pongono all'origine di una inferenza interpretativa; (ii) l'esigenza, la vocazione costante di trarre le proprie generalizzazioni dall'esperienza delle grammatiche, al punto tale che la riflessione filosofica s'intreccia strettamente con la descrizione grammaticale.

 

3. La semiotica come dipartimento.

In questa impresa la semiotica corre ovviamente dei rischi. Nella voce "Semiotica" stesa negli anni settanta per l'Enciclopedia Europea di Garzanti, Raffaele Simone, dopo aver correttamente ricostruito la storia e i problemi della disciplina, citava lo sterminato allargamento del campo semiotico da Saussure ai giorni nostri, dalla letteratura e la logica alla comunicazione animale e alla psicologia, "fino a proporsi come scienza generale della cultura" e commentava: "In questo spropositato ampliarsi del suo orizzonte stanno le ragioni della sua diffusione ma anche i germi del suo scacco: se tutta la cultura è segno, una scienza unica che studi (con gli stessi concetti e gli stessi metodi) tutto, è forse troppo e troppo poco: più conveniente sarà allora tornare a una varietà di discipline a se stanti, ciascuna per un ambito di indagine, anche se arricchite dalla consapevolezza del carattere semiotico del loro oggetto."

Ci sono in questo passaggio molte cose su cui riflettere. Eliminerei, per nostra comune tranquillità, la parola “scacco”, sostituendola con “crisi” (e le crisi possono essere anche di crescenza) e di questa crisi vorrei riflettere sui “germi”.

Nel delineare questi germi, Simone è stato ottimista. Lo è stato sia riducendo l'elenco dei campi che la semiotica ha invaso, sia accusando la semiotica di proporsi come scienza generale della cultura. In effetti, e basta consultare le bibliografie, la semiotica sta ormai facendo ben di peggio e tende a presentarsi come scienza generale della natura. Essa non ha potuto evitare il passaggio, esplicito in Peirce, da una teoria del segno a una teoria generale dell'inferenza, e da questa a uno studio non solo dei processi di significazione e comunicazione ma anche dei processi percettivi. La semiotica oggi tende a fare della percezione un aspetto (fondante) della semiosi. D'altro canto, se dobbiamo prendere come esempio di ricerca semiotica tutti gli studi che portano la parola semiotica nel titolo o appaiano su riviste intitolate alla semiotica, la ricerca si è estesa al mondo naturale, dalla zoosemiotica allo sviluppo di una fitosemiotica (che mi vede molto perplesso, ma che ha elaborato i propri titoli), all'interesse degli immunologi per la semiosi cellulare, allo stretto intrico tra scienze del cervello, intelligenza artificiale e semiotica. Nel 1975, nel Trattato di semiotica generale, io ponevo tutti questi aspetti oltre una soglia tabù che denominavo "soglia inferiore della semiotica". Ma si può decidere di non occuparsi ex professo di una serie di problemi, senza dire per questo che i problemi non esistono.

Simone suggeriva che sarebbe stato più conveniente allora "tornare a una varietà di discipline a sé stanti, ciascuna per un ambito di indagine, anche se arricchite dalla consapevolezza del carattere semiotico del loro oggetto." Debbo dire che mi sento abbastanza incline a sottoscrivere questa prospettiva. Sono convinto che la semiotica non esista come disciplina scientifica. Esistono tante semiotiche specifiche, e spesso lo stesso oggetto specifico dà origine a teorizzazioni e a grammatiche diverse. Per parlare in termini accademici, Semiotica non è il nome di una disciplina bensì il nome di un dipartimento, o di una facoltà. Così come non esiste una disciplina, ma una facoltà intitolata alla medicina. La medicina era una disciplina unitaria quando era o galenica o paracelsiana, e quindi quando era ancora a uno stadio infantile. Oggi l'oggetto comune delle scienze mediche è il corpo umano, e i metodi e gli approcci - così come le specializzazioni - sono in perpetuo divenire, e in ogni caso comprendono settori scientifici e pratiche così diversi come la dietetica e la chirurgia, la neurofisiologia e l’ortopedia.

Se andate a visitare una delle librerie scientificamente meglio attrezzate intorno alla Harvard University, lo Harvard Bookstore, vedrete che dal almeno dieci anni ha ristrutturato i propri scaffali. In molte librerie americane le opere di semiotica vanno di solito negli scaffali più curiosi. Raramente con la linguistica, spesso con la critica letteraria, talora in un settore che prima si chiamava “structuralism” e oggi, come da Barnes and Noble a New York, “post structuralism”. Ma a Harvard c'è un unico settore, molto ampio, che comprende Intelligenza Artificiale, scienze del cervello, logica e filosofia analitica, psicologia della percezione, linguistica e semiotica, e si intitola alle Scienze Cognitive.

Nessuno ha mai asserito, negli Stati Uniti, che le scienze cognitive siano una scienza o una disciplina e tutti concordano nel ritenerlo una sorta di aggregazione interdisciplinare con un nucleo comune. Non mi dispiace che la semiotica sia stata posta in quella confederazione, anche se c'è chi discutendo se la semiotica sia una scienza cognitiva o le scienze cognitive siano una branca della semiotica. Si potrebbe persino affermare che la semiosi diventa un concetto centrale del paradigma scientifico contemporaneo, come poteva esserlo per altri paradigmi il concetto di natura o la diade res extensa-res cogitans, e allora certamente ogni disciplina sarà ispirata a concetti semiotici, senza per questo essere una semiotica – così come per la filosofia del nostro secolo si è parlato di linguistic turn.

Ma perché si possa dire questo occorre pur sempre che vi sia un discorso, che io continuo a chiamare di semiotica generale, che discuta sino a qual punto vi sia un oggetto (sia pure esso un genus generalissimum) comune a tutte queste discipline, e quali siano le condizioni della sua costruzione teorica. Deve esserci una semiotica generale proprio perché non c'è una semiotica come scienza unificata.

A questo punto la domanda é: in che senso questa semiotica si differenzia dalla filosofia del linguaggio? La filosofia del linguaggio sfugge allo scacco o alla crisi che Simone riconosceva nell'impresa semiotica?

4. Differenze tra Semiotica e Filosofia del Linguaggio

Se dunque questa unità di campo potenzialmente esiste, pur tuttavia credo possa essere tracciata una linea di demarcazione tra studi semiotici e studi di filosofia del linguaggio. Intenderei la linea di demarcazione come la soglia da cui si diramano due tendenze opposte, tali che ciascuno dei due orientamenti potrebbe trarre stimoli e suggerimenti dall'altro - e in parte ritengo che questo avvenga già in molti casi. In tal senso ciascuno dei due orientamenti dovrebbe fare i conti con i propri vizi d'origine e le fonti d'energia originarie, senza per questo chiudersi alla sollecitazioni che vengono dall'altra parte.

La semiotica di derivazione linguistico strutturale ha sofferto a lungo di due restrizioni. Dell'una si è già detto, ed è stata la stretta dipendenza da una grammatica specifica, quella linguistica. La seconda è l'attenzione alle "lingue" (fossero esse verbali o no) come sistemi. Certamente questo è stato anche un punto di forza, a cui potrebbero rifarsi utilmente anche studiosi di diversa provenienza - e qualche anno fa mi è accaduto di consigliare Thomas Khun, che sentiva alcuni problemi concernenti la incommensurabilità e comparabilità tra paradigmi, di esplorare un poco le linguistiche strutturali - cosa che poi lui mi ha detto di aver fatto, e se ne sente traccia in alcuni capitolo di un suo prossimo lavoro, sul quale debbo tacere a causa dei rigorosi copyright che ogni studioso anglosassone pone per iscritto su ogni versione provvisoria della propria opera.

Ritengo che spesso la filosofia del linguaggio di origine analitica, nell'esercitarsi su enunciati e sulle loro condizioni di verità, o di uso, perda di vista il fatto che a legittimare questi enunciati c'è un sistema. D'altra parte questo vizio potrebbe essere rimproverato anche alla semiotica peirciana. Se nel mio lavoro ho fatto qualcosa, è stato di cercare di mettere d'accordo queste due istanze - a rischio di non pochi peccati di sincretismo.

Tuttavia ammetto che l'attenzione esasperata al momento del sistema poteva distogliere dai fenomeni di processo. Non è vero del tutto, perché anche i filosofi analitici potrebbero leggersi o rileggersi con gran profitto gli scritti di un linguista come Benveniste sui processi di enunciazione. Tuttavia, a voler generalizzare, le semiotiche di origine strutturalista analizzavano di preferenza (anche a livello semantico) sistemi di termini, mentre i filosofi del linguaggio di derivazione analitica analizzavano enunciati. Tra gli strutturalisti d'origine, mi pare che il primo che in Italia abbia deciso che l'unità significativa non è il termine ma l'enunciato, sia proprio De Mauro. Ma è inutile nascondersi che da un lato c'è una tradizione che si chiede se faccia parte del termine cane il tratto ANIMALE, e dall'altro quella per cui il problema è se sia vero che i cani sono animali. Credo sia venuto il momento di superare questa apparente differenza d'approccio, ma non mi limito a invitare gli analitici a fare un esame di coscienza e lo estendo anche ai lessicografi di origine strutturalista.

Sono convinto che la semiotica strutturale abbia ceduto alla fascinazione (giusta) della pragmatica solo perché essa si era introdotta attraverso la tematica degli atti linguistici nel dominio della filosofia del linguaggio di origine analitica. In ogni caso non possiamo negare a Morris la paternità di tale termine, credo, e con Morris (uomo da rivalutare ampiamente da entrambe le parti, e sia detto in ricordo dell'amico Rossi-Landi) siamo piuttosto sul versante Peirce+Enciclopedia della Scienza Unificata, che su quello strutturalista. Ma debbo dire che è merito dei semiotici aver tentato subito di fare i conti con la pragmatica, mostrando molta ricettività ai problemi inizialmente extra moenia.

Non so più se attribuire alla parte dei filosofi del linguaggio o a quella dei grammatici, e quindi dei primi semiotici, l'attenzione alle grammatiche casuali, ma è certo che la decisione di risolvere il composizionalismo in una case grammar ha le sue origini (dico in termini cronologici e di diritto, se non in termini di influenza diretta) nella linguistica di Tesnières, nella critica letteraria di Kenneth Burke, e nella semantica attanziale, nella linguistica testuale, nella narratologia. Se si debbono criticare i semiologi che costruiscono opposizioni sia di sistema che di processo, ignorando la vicenda degli enunciati nel flusso concreto del parlare quotidiano, bisognerà rimproverare ad altri di continuare a considerare enunciati del parlare comune delle finzioni di laboratorio (così che non si sa più se il re di Francia sia scapolo e se la stella della sera sia calva), non arrivando mai a provarsi sulle complessità dei testi - non foss'altro, per iniziare, che testi espressi in linguaggi naturali verbali.

Il campo semiotico è pieno di avventurieri della formula, che chiamano formalizzazione la decisione di usare sigle invece che parole, per comodità schematica, e senza alcuna regola di calcolo; ma molti filosofi del linguaggio per amore di formalizzazione restano sempre al di qua della reale esperienza discorsiva.

E' da lamentare che Greimas abbia costruito una intera teoria delle modalità ignorando l'intera logica modale nel suo complesso, ma è egualmente lamentabile che molti teorici insulari degli atti linguistici ignorino Bühler o le funzioni del linguaggio di Jakobson. Molta semiotica, per reagire a certi eccessi vero-funzionalistici, ha iniziato espungendo dal proprio ambito il problema del riferimento. E' stata forse l'insistenza quasi esclusiva di molta filosofia del linguaggio a richiamare anche la semiotica all'esigenza di esprimere una propria teoria del riferimento, specie quando si è accorti che, espungendo il problema banale del riferimento, si sono incoraggiate derive decostruzionistiche che ormai inducono a credere che il linguaggio parli sempre e solo esclusivamente delle proprie impossibilità - identificando questa castrazione con la sua forza. Credo che sia giusto, anche per chi fa grammatica formale, soggiacere ogni tanto all'angoscia dell'essere che si dilegua, o al dubbio che non esista significato trascendentale; purché gli altri si accorgano che molte volte, sulla verità e la verificabilità dell'asserto oggi fa tempesta, si può giocare la nostra vita, almeno se siamo su un aereo che decolla.

C'è un libro che sin dalla sua prima apparizione mi è sembrato colmare un primo iato tra tematiche della filosofia del linguaggio e tematiche semiotiche, e mi riferisco al Languages of art di Nelson Goodman. Il merito del libro non è solo quello, più evidente, di aver impiegato l'esperienza di un filosofo del linguaggio, da sempre inteso ad analizzare enunciati verbali, per cercare di legittimare l'esistenza di linguaggi visivi. E' piuttosto il tentativo di costruire categorie semiotiche adeguate là dove le categorie logiche e linguistiche non davano ragione di alcune differenze fondamentali. E penso alle pagine sui campioni e le esemplificazioni, o sulla differenza tra arti autografiche ed arti allografiche. Goodman sta per costruire una semiotica del visivo.

Eppure tutto il libro è attraversato da un impaccio costante quando si interroga sul carattere rappresentazionale delle immagini, perché non riesce a liberarsi da una tematica della denotazione e a interrogarsi sui clusters di significati che un'opera visiva può comunicarci al di là del fatto che denoti o meno qualcosa.

Quando Goodman si domanda se un quadro di tonalità grigia che rappresenta un paesaggio, e che certamente denota un paesaggio, denoti la proprietà della grigezza o sia denotato dal predicato "grigio" non dice nulla sul significato che il colore grigio di quel quadro può assumere per chi lo guarda; cerca soltanto di rendere un fenomeno di comunicazione visiva catturabile in termini linguistici, e quindi rinuncia a fare una semiotica del visivo. Quando si domanda se un oggetto rosso esemplifichi la proprietà della rossezza (nel qual caso sorgono imbarazzanti questioni se esso esemplifichi anche altre proprietà coestensive alla prima, come trilateralità e triangolarità) o esemplifichi il predicato "rosso" (nel qual caso sorge il problema se esemplifichi il predicato "rouge" per un francese), o se esemplifichi il denotato di quello stesso predicato - non ci dice nulla sulla funzione significante che (poniamo) nel corso di un film un oggetto rosso acquista per chi ha assistito qualche istante prima in una scena sanguinosa. E chiedersi che cosa esemplifichi il rosso di una paramento sacerdotale non ha nulla a che vedere con il significato emblematico - non del tutto o non sempre verbalizzabile - che questo colore assume nel sistema semiotico della liturgia.

In uno dei capitoli certamente più interessanti, quello sulla denotazione delle immagini, Goodman conduce sottili distinzioni tra una man-picture e la picture of a man, e si pone molteplici problemi circa le modalità denotative di un quadro che rappresenti insieme il Duca e la Duchessa di Wellington. Esso allo stesso tempo denoterebbe la coppia, parzialmente denoterebbe il duca, sarebbe nel suo insieme una two-person-picture e in parte una man-picture, ma non rappresenterebbe il Duca come due persone, e così via. Curiosa e anche divertente serie di questioni che sorge solo se si intende il quadro come l'equivalente di una serie di enunciati, e cioè si rende il visivo parassita del verbale. La verità è che chi guarda il ritratto non pensa quasi mai a questi problemi (se non nel caso estremo in cui il quadro venga usato o a fini segnaletici, come la foto di un passaporto, o a fini storico-documentari) e tuttavia, o più sovente, ne trae dei significati.

Sono andato a cercare quasi a caso tra alcuni studi semiotici sul ritratto, e ho trovato (cito dal saggio di Omar Calabrese, "La sintassi della vertigine. Sguardi, specchi e ritratti", VS 29, 1981) che le categorie messe in gioco, al di là della problematica della rassomiglianza, sono per esempio opposizioni concernenti il taglio dell'inquadratura, la posizione delle mani, rapporto tra figura e spazio-sfondo, direzione dello sguardo, e di conseguenza il rapporto tra un ritratto che mostra di saper di essere guardato dallo spettatore e un altro in cui il personaggio guarda qualcosa ma non guarda lo spettatore, e così via.

Se dovessimo trovare una analogia con problemi linguistici dovremmo rifarci al problema dell'aspettualità. Nessuno negherebbe che Giovanni esce di casa, Giovanni usciva di casa, Giovanni uscì di casa, Giovanni stava uscendo di casa, certamente esprimono o significano cose diverse e non sono certamente enunciati diversi riconducibili alla stessa proposizione, a meno che la nostra semiotica non privilegi una mera nomenclatura negando che le forme verbali contribuiscano alla costruzione del significato di un enunciato. Per ritrovare fenomeni analoghi in un'opera visiva, ma non trattabili allo stesso modo di un enunciato verbale, occorre elaborare categorie proprie a quella modalità di rappresentazione senza compiere il corto circuito della verbalizzazione del soggetto del quadro. Sia chiaro che non sto delineando una differenza tra funzione semantica e funzione estetica del quadro: sto dicendo che o si colgono le modalità semantiche dell'enunciato visivo, o ci si riduce a negare al visivo in quanto tale la capacità di comunicare significati – così negando che esistano significati non immediatamente interpretabili in termini linguistici.

Ripeto: il libro di Goodman rappresenta uno degli sforzi più interessanti per gettare un ponte tra teoria del riferimento e teoria della rappresentazione visiva. Ma soffre della eccessiva consuetudine della filosofia del linguaggio e con le lingue naturali e con un approccio vero-funzionale. Con pari severità sono disposto a criticare tutti quegli approcci semiotici che tendono a dimenticare che, se non altro in termini sociologici, un ritratto viene dipinto anche per parlare di qualche aspetto del mondo.

5. Semiotica generale rivisitata: l'indicalità

Faccio un esempio, che in questo periodo mi sta particolarmente a cuore. Uno dei fenomeni semiosici che ha sempre imbarazzato i sostenitori di una semiotica non unicamente referenziale è stato il problema degli indici. Tutti gli altri tipi di segno sembrano rinviare a qualcosa che normalmente non è presente, e richiedono quindi la mediazione di un significato, mentre gli indici paiono funzionare solo in connessione con la cosa indicata.

Io, più forse di altri, ho tentato di svincolare gli indici da questa connessione necessaria con il referente. Nel Trattato di semiotica generale ho cercato di mostrare che, affinché noi comprendiamo come usare i deittici (sia quelli verbali come questo o quello sia quelli fisici come il dito o la bacchetta puntata) occorre che il significante sia già correlato in linea di principio con un suo significato indipendente dal contesto. Capisco che cosa indica un questo anaforico perchè il suo significato non cotestuale è "l'ultima porzione contestualmente rilevante del contenuto precedentemente veicolato", e capisco un dito puntato (mentre non capisco il segno indicale usato da altre civiltà) perchè so che esso postula come presente un oggetto posto il direzione del proprio apice - tanto che se io punto un dito sul nulla il mio interlocutore si affanna ad individuare l'oggetto al quale il mio indice in qualche modo rinvia, anche in assenza del referente a cui dovrebbe essere connesso. Non è che l'indice acquisti significato a causa della prossimità e presenza del referente, è il referente che può essere indicato perchè l'indice, che appartiene a un sistema di deittici, è fornito in astratto di un proprio significato non contestuale.

Con tutto ciò non si può evitare di rimanere affascinati dal mistero dell'atto indicale. E' atto indicale quello attraverso la quale la mamma risponde al bambino che chiede il significato della parola mela e sembra che esso preceda ogni convenzione semiotica, tanto che, con alcuni rischi ben noti in letteratura, può essere usato anche da due persone che ignorano l'una la lingua dell'altro, per tentare avventurosamente un processo di apprendimento e traduzione.

E' vero che nell'apprendere per indicazione avvengono due fenomeni squisitamente semiotici: da un lato l'informato deve essere capace di assumere che il referente indicato stia per una classe più ampia di cui è membro - il bambino deve capire che la mela che la mamma gli indica diventa un segno per tutte le mele, assai diverse da quella, che egli dovrà riconoscere e nominare in futuro; dall'altro per comprendere che l'atto indicale punta su quell'oggetto devo aver appreso, o apprendere per tentativo ed errore nel corso della mia esperienza, che esso è appunto un atto indicale. E tuttavia l'atto dell'indicazione, con la sua fusione di suoni o gesti che urtano contro un oggetto del mondo, con la sua forza e la sua evidenza che ne rendono l'effetto e l'appello simile a quello dello stimolo, dell'onda olfattiva che colpisce le narici dell'animale e lo conduce ciecamente verso la preda, l'atto indicale, dicevo, è fenomeno di grande complessità che coinvolge fenomeni senso-motori, processi percettivi, un embrione di reazione passionale, e celebra il trionfo di una presenza che nessuna semiotica antireferenziale, comprese quelle che vedono la “differanza” a fondamento stesso di ogni fenomeno mentale, possono negare.

Credo che possa esistere, come esiste, una semiotica specifica che studia la grammatica degli indici in una data cultura senza porsi come problema il primitivo psico-biologico dell'atto indicale. E credo che una semiotica filosofica debba riflettere sul mistero dell'atto indicale, ma debba nel contempo decidere che suo compito specifico è studiare come dal fenomeno originario dell'atto indicale nasca la pratica intenzionale dell'indicazione e l'articolazione dei sistemi di indici. Il fenomeno originario dell'atto indicale, di cui si può certo filosofare, è però competenza di qualche altra indagine cognitiva la quale deve spiegare come nel nostro cervello e nel nostro corpo stiano, iscritte nel nostro patrimonio genetico, le condizioni massimali dell'indicazione. Una filosofia dell'intenzionalità non ha gli stessi fini e lo stesso oggetto di una psicologia o di una neurofisiologia dell'attenzione, anche se nell'atto indicale si può individuare un fenomeno di attenzione che sfocia in una intenzione e si sviluppa in processo semiosico. Una filosofia della semiosi potrà certo domandarsi se ci sia un rapporto, in termini di funzionamento biologico, tra i nostri atti indicali, quelli delle api e i tropismi del girasole: ma quali essi siano è probabilmente il compito di altre scienze, e solo dopo che esse le abbiano messi in chiaro una semiotica generale potrà domandarsi se tutti questi fenomeni possano essere sussunti sotto il proprio concetto di semiosi.

In altri termini, le semiotiche specifiche lavorano all'interno di limiti dove è riconoscibile un oggetto empirico, un certo insieme di segni, e ne delinea il sistema soggiacente. La semiotica generale si batte anche ai margini, ben sapendo che, essendo filosofia, può chiedersi perchè c'è dell'essere piuttosto che nulla, ma non delineare ipotesi pro o contro il Big Bang.

Umberto Eco

Note.

1 Conferenza data all’Università di Caracas nel luglio 1994.

2 Seymour Chatman, Umberto Eco, Jean-Marie Klinkenberg, A Semiotic Landscape - Panorama Sémiotique. The Hague, Mouton, 1979.

Ultimo aggiornamento Domenica 02 Gennaio 2011 11:36
 
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