...per essere adulti nella fede PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni   
Lunedì 15 Novembre 2010 23:41

Si sente spesso parlare di laici che inciampano nel clericalismo, rinunciando a spendersi nel mondo, per una presunta voglia di arrivare ad alte vette spirituali. Al contrario è facile incontrare dei laici troppo concentrati in attività parrocchiali e non nella imprescindibile dimensione spirituale. Nell’ uno o nell’ altro caso si possono cogliere devianze che dicono sempre di una mancanza di formazione, di relazione psicologica o sociale, o culturale.

E' proprio dal termine cultura che voglio partire nella mia indagine, poiché troppo ampia è la rosa di significati che tale sostantivo porta con sé.

Una delle principali difficoltà del mondo intellettuale di oggi nasce dalla mancanza di qualsiasi criterio di verità accettato e obiettivo. L’ universo delle scienze esatte sta diventando più aperto nei confronti del mistero e del senso religioso; invece il mondo delle scienze umane e delle neuroscienze, come la psicologia, sociologia e persino alcuni studi letterari, si dimostra maggiormente scettico nei confronti del trascendente e spesso può continuare a essere ostile verso le fede cristiana, rifacendosi a schemi mentali decisamente superati.

Un'importante conseguenza di tale situazione è che nella cultura contemporanea, a livello della vita di tutti i giorni, le persone soffrono di una combinazione di complessità e assenza di radici.

Oltre a questo, benché l'egoismo sia antico come la caduta dell'uomo, l'individualismo nelle sue forme di più netta chiusura è un prodotto del momento storico industrializzato e urbanizzato moderno.

Se la fede deve essere radicata in una scelta e in una crescita salda nell'impegno, un influsso di questa cultura è che essa erode la capacità delle persone di prendere decisioni esistenziali durature, sovraccaricando la loro coscienza con una situazione da supermercato, in cui viene presentata una molteplicità di scelte relative a problemi superficiali.

Abbiamo assistito all'emergere, in anni recenti, sia di un fondamentalismo religioso ben organizzato sia di un pluralismo spirituale relativamente disorganizzato, ma ampiamente diffuso, come quello del New Age. Anche se in modi diversi, queste opposte tendenze sono nate dalla frustrazione per l'assenza dello spirituale nella cultura moderna. La fame di verità e di vita interiore è reale, ma le risposte disponibili sono di breve durata e ingannevoli, perché separate dalla saggezza storica della Chiesa.

Troppo spesso è proprio tra le fila di coloro che si dicono credenti -e praticanti- che soffia il vento di un radicalismo a tout cout che tende ora verso un visibilismo smodato -o attivismo- ora verso un misticismo tendenzioso.

L’ attivismo –misura mai tramontata di coloro che cercano sempre di essere al centro dell’ attenzione o pretendono di avere la ricetta pronta per ogni problema– non concepisce affatto la conversione come una conformazione al Cristo, ma bensì un mezzo preliminare in vista di conquista e riconquista del mondo.

Il militante infatti non si accontenta della propria conversione, la quale per altro dipende solo da lui –non anche dalla grazia-, ma pretende di aggiungerci la conversione dell’ ambiente. Benché quest’ ultimo intendimento sia lodevole, il dramma sta nel fatto di volersi dare anche gli strumenti per il conseguimento di quest’ obiettivo.

Una simile posizione è pericolosa non tanto per quella sorta di odioso trionfalismo che pretende di dominare il mondo, quanto per il fatto che vuole servirsi della conversione a Cristo per influenzare l’ ambiente. Tale posizione non si fa incontro all’uomo, non dialoga, riduce l’ uomo, l’ altro da sé, a una presenza tollerata ma non amata. Si identifica, secondo il mio parere, con una sorta di simonia consistente nell’ utilizzare mezzi spirituali per conseguire un potere ( culturale, politico, ecclesiale etc. ) sul proprio prossimo. Si riduce il tutto e si trascina il bene ad una semplice domanda: “siamo rappresentativi?” Anche Cristo patì questa tentazione.

Come il Cristo, anche l’ apostolo, cioè ogni battezzato, può parlare con autorità solo quando la sua parola non viene detta a titolo personale, ma ha origine in Colui che lo ha mandato ( Gv 14,24 ). Per essere rigorosi, si potrebbe dire che la potenza può manifestarsi solo in questa debolezza: non solo la parola da cui egli è inviato non viene da lui, ma addirittura lo contraddice e lo squalifica di fronte al mondo, evidenziando le sue incapacità. Lungi dal conquistare il mondo e dal dispiegare la sua ‘sufficienza adulta’, il battezzato, prigioniero del suo peccato, annuncia il Cristo prima di tutto con dei tradimenti, poi con indugi e incertezze e infine con rischi e dolorosa fatica; mai comunque con la sufficienza del militante cosciente e organizzato.

Dall’ altra parte il misticismo tendenzioso.

Il laico si dedica totalmente alla sua formazione ‘come conquista di alte vette spirituali’, in cui la realtà quotidiana, man mano, viene a confondersi e ad annullarsi. Non ha senso altra esistenza al di fuori del suo impegno, proprio perché si dà con assoluta abnegazione a quella che diviene la sua causa e il suo ideale. Al di fuori di esso egli rinuncia a qualsiasi tipo di verifica, di riferimento considerato pretestuosamente neutro; taglia i ponti con tutti coloro che non condividono il suo impegno.

Paradossalmente la dedizione a “certi altri” gli consente di escludere altri “altri” e al limite, di donarsi a altri se-stesso. Quindi in sostanza, per interposte persone, di donarsi a sé. A volte, una storia comune forma un gruppo e gli permette, a cose fatte e grazie a una lettura appropriata – a se stessi soltanto, però- di riconoscervi il Cristo che agisce al suo interno. Viene così a designarsi una nuova storia della salvezza, più reale di quella della realtà, nella misura in cui la comunità di elezione è ritenuta più reale della Chiesa.

La questione va riportata, nei giusti toni, su un altro livello. Il battesimo ci incorpora, carnalmente poiché spiritualmente, a Colui nel quale la divinità ha preso corpo, cioè al Cristo. Il ruolo dell’ uomo e della sua vita spirituale si gioca tra le due volontà del Cristo, cioè la volontà umana che si abbandona a quella divina e quella divina che restituisce a se stessa la volontà umana facendone dono di una infinita libertà. Tutto si gioca corporalmente –cioè nella realtà- del corpo di Cristo e questo è più vero quando si è consapevoli che, essere vicini a Cristo, significhi non annullare il potere di decisione personale.

E qui aggiungerei: si tratta di rendere cosmica la liturgia convertendosi fino a convertire anche il mondo, le infinite realtà del quotidiano; così come la Chiesa altro non è se non l’ avanzare di questa conversione attraverso i tempi e le culture, nulla nella Chiesa è più grande della dignità del sacerdozio dei battezzati, che non deve nulla a nessuno, ma unicamente tutto al Cristo, anche la propria spiritualità.

Cosa significa essere un laico responsabile nella fede oggi?

Una delle risposte più frequenti dice che, in questa particolare cultura, dobbiamo riconoscere l'esperienza di essere umano come un punto di partenza fondamentale per la fede. Il nostro fine ultimo è naturalmente quello di proclamare la rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Ma la strada che porta a quella proclamazione passa attraverso l’ humanum di molte e differenti situazioni. Più e più volte le risposte hanno riecheggiato un punto centrale della Redemptor hominis: che noi stiamo di nuovo come san Paolo nell'Areopago, “con un sentimento di profonda stima per “ciò che c'è in ogni uomo””. E perciò nell'umanità stessa la Chiesa trova la “rotta primaria” per il raggiungimento della sua missione ( n. 12 e 14 ). Se, come dice lo stesso san Paolo (Rm 10,17 ), la fede viene dall' ascolto, una situazione pastorale frequente oggi è quella di una sordità spirituale imposta, e perciò un primo passo verso l'evangelizzazione sarà una autentica disposizione all'ascolto. Esso comporterà una iniziale liberazione di un orizzonte fondamentale dell’ humanum: l'interiorità e la capacità di stupirsi che sono nel profondo del cuore di ogni persona, senza i quali non è possibile alcun nuovo ascolto. In effetti è proprio questa dimensione di ricettività che può spesso essere addormentata dagli aspetti più negativi della cultura circostante.

La via dell’esperienza umana, tuttavia, non dovrebbe essere disgiunta dal nutrimento intellettuale e di altri modi di formazione della mente. Nondimeno, l’ amore vissuto è la bellezza più grande:

'La potente logica dell'amore si mostra là dove viene sperimentata la santità. Niente altro può creare gioia o rispondere ai bisogni del cuore. Tutte le altre risposte sono ingannevole ed evasive'. Perciò i santi ed i profeti sono i veri esperti nel parlare di Dio, perché essi si esprimono non in prosa ma in una poesia di amore trasparente che rispecchia Cristo stesso. Tuttavia i santi sono talvolta personaggi piuttosto ‘scomodi’ da incontrare : infatti la loro presenza rappresenta una sfida al cambiamento e alle scelte. L'incontro con loro, come l'incontro con Cristo, ha un prezzo assai alto per l'autocompiacimento degli uomini: infatti mette a nudo la nostra mediocrità e ci fa vedere la conversione del cuore e della vita come conseguenza logica per arrivare a conoscere Dio.

Un altro modo di rispondere ai bisogni emergenti della nostra cultura viene dalla spiritualità.

Abbiamo soprattutto bisogno di avviare le persone a una preghiera personale di tipo specificamente cristiano, focalizzata sulla persona di Gesù. Molti frequentano le scuole laiche di meditazione e restano nell'ignoranza delle ricchezze della tradizione contemplativa cristiana. Dobbiamo promuovere scuole di meditazione basate sulla Scrittura. È triste che anche molti cattolici battezzati si volgano alle sètte fondamentaliste e in un ambito così angusto incontrino per la prima volta la Scrittura come realtà viva.

Accostarsi con maggiore profondità alla tradizione contemplativa può condurre le persone ad apprezzare anche l'essenziale oscurità della fede. In un secolo che è ancora offuscato da tante crudeltà e da scandali di sofferenza determinati dall'uomo, entrare in contatto con la saggezza della tradizione mistica può aiutare i cristiani di oggi ad accettare l'oscurità, l'impotenza, l'ascetismo e l'agonia che comporta il cammino di una fede matura.

Dalla ricca pluralità di esperienze nasce una nuova saggezza pastorale su come comunicare la fede oggi.

Noi parliamo meglio di Dio quando non usiamo soltanto le parole. Ancora più della chiarezza concettuale, abbiamo bisogno d’ incontrare vite convertite, vite trasformate da una genuina esperienza di Dio. Dio non cessa di parlare all'umanità nella persona del Verbo, annunciato dai profeti e dai santi, e nella testimonianza, personale e comunitaria, della pienezza di vita in Cristo. Questa al prezzo di una conversione esigente ma feconda, germinata nel cuore di tutte le culture.

Ultimo aggiornamento Sabato 20 Novembre 2010 17:03
 
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