scritti personali
Giovanni Paolo II: "..alzatevi, andiamo!" PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni   
Martedì 07 Dicembre 2010 22:17

La sorgente di ogni vocazione è di certo nelle parole “rimanete nel mio amore” ( Gv. 15,9 e ss. ). L’ amore in definitiva unisce tutto. Gli apostoli che udirono queste parole le riferirono a se stessi, riconoscendovi una chiamata personale. Ma più di tutto, il fondamento dell’ efficacia della missione pastorale di un vescovo sta nell’ appello: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” ( Gv. 15, 16 ). Questo, in breve, il messaggio del testo qui proposto. Ma anche un cammino, per così dire, spirituale, attraverso le parole e i fatti di uno dei più grandi protagonisti della storia della nostra Chiesa.

Con sguardo attento, da lettore erudito, guardiamo ai primi capitoli del testo di Giovanni Paolo II. E’ il 1958. Chiamato frettolosamente da Olsztyn in Masuria, ove è in vacanza con un gruppo di appassionati di canoa, Karol Wojtyla – sacerdote dal 1946 ­ è a Varsavia ove il cardinale Stefan Wyszýnski lo avverte della nomina a vescovo ausiliare di Cracovia. Esercizi spirituali a Tyniec e consacrazione nella cattedrale del Wawel il 28 settembre. Dell’ avvenimento, egli ha un nitido ricordo ( azione dopo azione,gesto dopo gesto ). A sera, si reca a Czestochowa, presso il santuario di Jasna Gòra. Tornato a Cracovia comincia a frequentare la curia e, nella primavera, dà il via alle visite pastorali. Certamente tale deve essere il compito del vescovo: adoperarsi con prudenza, affinché il maggior numero possibile di persone, che insieme con lui formano la Chiesa locale, possano conoscerlo direttamente. A sua volta, egli cercherà di essere vicino a loro, in modo da sapere come vivono, che cosa rallegra o turba i loro cuori.

Il più grande tesoro, la più grande ricchezza di cui un vescovo disponga sono i sacramenti, che egli amministra con l’ aiuto dei sacerdoti da lui ordinati. Questo, più di ogni altra forma di apostolato è il legame che lo unisce a Dio e al suo popolo. Lavorerà nella curia, cercando la possibilità di entrare in contatto con le persone. Dalle visite pastorali, poi, trae la certezza che il Signore è all’ opera sempre, anche in situazioni particolari, una diversa dall’ altra.

Di qui i capitoli successivi del libro. Innanzitutto, il ricordo ancora vivo di quando, come vescovo di Cracovia è obbligato a prendere le difese della facoltà di teologia istituita a Jagellonica. Come pretesto, le autorità comuniste vantavano il fatto che, nel 1953, era stata istituita, presso la capitale Varsavia, l’ Accademia di Teologia cattolica, posta sotto l’ amministrazione statale. Capì che la scienza, nelle sue multiformi manifestazioni è patrimonio inestimabile per una nazione.

Il vescovo deve aver cura dei suoi atenei cattolici, ma deve intrattenere, altresì, uno stretto legame con tutta la vita universitaria: leggere, incontrare, discutere su quanto avviene in ogni ambito.

Wojtyla si interessa moltissimo al pensiero di Edith Stein: discepola di Edmund Husserl, ricercatrice appassionata della verità, da monaca claustrale diviene vittima del sistema hitleriano; davvero un caso umano più unico che raro. Ed ancora, Karol cura una profonda formazione teologica e un più ampio interesse per il pensiero e la Parola. Come seminarista clandestino si era formato profondamente sulla filosofia e la metafisica, senza mancare di buone letture, di testi letterari e del fascino per il teatro. Il passaggio alla teologia risulta pressoché breve. Studia in segreto e discute una tesi sull’ opera di Max Scheler Il formalismo dell’ etica e l’ etica materiale dei valori. Insegna all’ Università Cattolica di Lublino dall’ autunno del 1954.

Un ulteriore nota sull' episcopato. Al vescovo è stato affidato il compito di “andare e ammaestrare le nazioni” ( Mt. 28, 19-20 ). Nel contesto sociale, ciò si può realizzare mediante la catechesi, che nasce non solo da una riflessione sul Vangelo, ma anche dalla comprensione per le cose di questo mondo. Sta in questo il dono delle lingue, il dono cioè di parlare un linguaggio comprensibile per tutti i fedeli. Con “una nuova fantasia della carità” ( Novo Millennio Ineunte n. 50 ).

Difatti, il vescovo sa, dal Magistero, che i laici possono realizzare la propria vocazione nel mondo e raggiungere la santità, animando con lo spirito cristiano la società, mediante l’ adempimento dei propri doveri professionali e la testimonianza di una vita familiare esemplare. Così pure gli ordini religiosi non possono esser da meno nell’ aiuto al vescovo: egli può trovare in loro un grande sostegno. E’ difficile non apprezzare la loro testimonianza di fede basata su voti di povertà, castità e obbedienza e il loro stile di vita ispirato alla regola del fondatore.

Casa del vescovo è la diocesi. L’ obbligo di risiedere nella diocesi diventa il modo per essere con la Chiesa, in tutti i momenti importanti. L’ essere vescovo ha in sé qualcosa della croce, per questo motivo la Chiesa pone la croce sul suo petto. Al di là di ogni timore, che può opprimere il cuore o stringere la gola, c’ è bisogno di rendere testimonianza alla verità. Gli uomini hanno sempre avuto bisogno di modelli da imitare e ne hanno soprattutto bisogno oggi, in questo tempo così esposto a suggestioni mutevoli e contraddittorie.

Di qui l' ultima parte del testo: quando giunse la sua ora, Gesù disse a coloro che erano con lui, nell' orto del Getsemani -Pietro Giacomo e Giovanni- ovvero ai discepoli più amati:"Alzatevi andiamo!(Mc. 14, 42). Non era Lui solo a dover 'andare' verso l' adempimento della volontà del Padre, ma anch' essi con Lui. Allora la parola chiave sta nel fidarsi di Cristo. Sarà Lui ad accompagnare l' uomo nel cammino della vita fino alla meta che Lui solo conosce.

 
Giovanni Paolo II: ...memoria e identità PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni   
Martedì 07 Dicembre 2010 22:14

Sulla figura di Giovanni Paolo II -testimone instancabile della croce portata fino alla fine dei suoi giorni terreni- ci sarebbe tanto da dire. Lungo i venticinque anni del Suo pontificato, lo abbiamo visto partecipe delle sofferenze e miserie del mondo, come colui che si fa prossimo abbracciando una ad una difficoltà e rotture insanabili; lo abbiamo visto come colui che non cede il passo alle ideologie propriamente umane, declinando ogni compromesso in favore della Verità; lo abbiamo visto giovane tra i giovani, alla ricerca di ogni cuore di adolescente, consapevole che il futuro era lì, si poteva toccare ed amare, in ogni volto pieno di gioia. Lo abbiamo visto. E già si chiede per lui -a voce unanime- l’ onore degli altari.

L’ idea del libro, qui proposto, nasce da alcune conversazioni avvenute in Castel Gandolfo nel 1993 tra il pontefice e due filosofi polacchi, Jòzef Tischner e Krzysztof Michalsky, fondatori dell’ Institut für die Wissenschaften vom Menschen   ( Istituto di scienze umane ) di Vienna. Essi dapprima si proposero di sviluppare un’ analisi critica delle due dittature che hanno segnato il Novecento -il nazismo e il comunismo-, ma ben presto la loro attenzione si spostò dal centro del discorso, tracciando nuovi orizzonti per la riflessione.

Il volume mantiene la forma letteraria della conversazione -all’ interno di ventisei brevi capitoli, che possono essere divisi a loro volta in tre grandi sezioni- affinché il lettore percepisca più facilmente che non si tratta di un discorso accademico, ma di un dialogo familiare che, pur affrontando con rigore i problemi proposti ricercando soluzioni opportune, non pretende di sviluppare un discorso esaustivo. Le domande nella loro forma finale sono opera della redazione. Esse intendono stimolare l’ attenzione del lettore e favorirne l’ esatta percezione del pensiero papale.

La prima grande sezione guarda al XX secolo, teatro in cui sono entrati in scena determinati processi storici e ideologici che hanno provocato la grande eruzione del male, benché sul suo stesso terreno sia cresciuto e ha dato i suoi frutti anche tanto bene.

Gli interrogativi che si propongono ci spingono ad inoltrarci nel mondo della fede. E’ lo Spirito a permetterci di penetrare nelle profondità del mysterium crucis e di chinarci al tempo stesso sull’ abisso del male, di cui l’ uomo risulta essere artefice e insieme vittima già all’ inizia della sua storia. L’ esperienza del male è qualcosa che resta incancellabile nella memoria. Come non si può dimenticarlo facilmente avendone fatto esperienza diretta, così non si può che perdonarlo in Dio. Ovviamente vi è un limite imposto al male. Esso è dato dalla Divina Provvidenza e si può riconoscere bene se pensiamo al comunismo marxista e al nazionalsocialismo.

Se ricordiamo ciò che ha detto il Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes non può non venire in mente ciò che dicevano gli scolastici rispetto al mondo visto come status naturae redemptae -stato di natura redenta da Dio-. San Paolo, formato alla scuola dei farisei, in questo è chiaro. Fonte della giustificazione non è la Legge, non l’ osservanza di molteplici prescrizioni di carattere rituale, ma la fede in Cristo. E’ Cristo crocifisso che giustifica il peccatore tutte le volte che questo si pente dei propri peccati, si converte e ritorna a Dio come proprio Padre. Non personale vantaggio però, ma compito affidato all’ uomo, incamminatosi sulla via della vita interiore, nella via cioè di un consapevole lavoro su di sé.

La seconda sezione chiarisce il senso della libertà nella persona e nell’ intera umanità. Dopo la caduta dei sistemi totalitari le società si sono sentite libere; quasi simultaneamente è sorto un problema di fondo, quello dell’ uso della libertà. Si dice allora: “ciò che importa è essere liberi”, sciolti da remore o da vincoli, ciò che basta all’ uomo sono i suoi giudizi che in realtà finiscono con l’ essere veri capricci.

La risposta è rintracciabile già in Aristotele. Per il filosofo, la libertà è una proprietà della volontà che si realizza per mezzo della verità. Viene data all’ uomo come dono e compito da portare avanti. Mediante la libertà allora l’ uomo di Cristo è chiamato ad accogliere la verità sul bene.

Nello stesso tempo non si può ignorare l’ insistente riemergere del rifiuto di Cristo. La teologia sviluppatasi in un momento storico particolare -dopo la scomparsa degli anni dominati dall’ ideologia del male- è qualcosa di più di teologia in senso stretto. Essa diventa testimonianza di vita, testimonianza di ciò che significa essere nelle mani del Padre, sino alla consegna dello spirito sulla croce.

In questo senso si inserisce bene anche il concetto di patria come storia, tradizione, lingua di un popolo che passano attraverso la famiglia, cellula necessaria e insostituibile del sistema sociale.

I popoli fissano la loro storia in narrazioni e in documenti grazie ai quali si costituisce la cultura nazionale. In questi, l’ uomo esprime la verità sul mondo e su se stesso, ma in senso esclusivamente storico, appunto. Escatologia è invece vocazione dell’ uomo che va coltivata nella storia, a immagine e somiglianza di Dio, nonostante il tempo sia il luogo degli avvenimenti del genere umano, dei suoi sforzi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie.

Di qui l’ ultima parte del testo. Dopo il tramonto delle ideologie del XX secolo e specialmente dopo la caduta del comunismo, le speranze delle varie nazioni si sono aggrappate alla democrazia. Grazie alla memoria, facoltà che modella l’ identità degli esseri umani a livello sia personale che collettivo, all’ uomo è permesso di comprendere se stesso e le sue radici, nella prospettiva definitiva della sua umanizzazione. La memoria gli permette di comprendere le varie comunità nelle quali si forma la sua storia e la storia della sua lingua, della cultura e di tutto ciò che è buono, vero e onestamente bello.

Il pontefice, che veniva da oltre la cortina di ferro -in senso molto vero veniva da lontano- è stato segno della presa di consapevolezza che alla più profonda essenza della Chiesa appartenga l’ unità, non la divisione. Se la speranza cristiana si proietta oltre il limite del tempo, vere sono le parole di San Paolo: “Ma il dono della grazia non è come la caduta; se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini”( Rm. 5, 15 ). Queste parole conservano la loro attualità nell’ oggi dell’ uomo e la Redenzione continua. Dove cresce, il male lì cresce anche la speranza del bene.

 
LA NATURA RAZIONALE DELL’ UOMO QUALE NORMA ONTOLOGICA DELL’ ETICA PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni   
Martedì 16 Novembre 2010 22:52

Il fondamento della natura razionale dell’ uomo interpella innanzitutto la legge naturale. Quest’ ultima allora deve poggiare su due pilastri: uno ontologico, che fa riferimento alla realtà della stessa, ed uno gnoseologico che rimanda alla conoscenza che l’ uomo ne ha. Il primo muove dalla constatazione della natura umana –comune a tutti gli individui- che essa ha bisogno di diritti da perseguire e di beni essenziali da determinare. Il secondo, invece, considera il modo in cui la ragione umana conosce la legge naturale: non nel modo chiaro e distinto del procedere dimostrativo della ragione, ma potremmo dire per esperienza tendenziale, per naturalità[i].

Definire cosa è decisivo per una fondazione ontologica dell’ etica vuol dire, allora, partire dalla considerazione di una precisa essenza (substantia) dell’ uomo[ii]. In questo senso la natura è ‘natura di una sostanza’ in quanto solo ciò che è sostanza può essere anche principio delle sue azioni.

Per San Tommaso la specificità della natura umana è il suo essere razionale, idea alla base dell’ intero sistema tomista; il criterio razionale infatti corrisponde al principio stesso della legge naturale. Tale legge indica prima di ogni cosa un concetto assai semplice, dove semplicità sta per evidenza, giacché in quanto evidenza esso è riconoscibile da tutti. “Il bene è da farsi e da cercarsi, il male è da evitarsi”[iii].

In questo senso, non occorre la conoscenza della teologia o dell’ etica per praticare la giustizia, bensì occorre una retta ragione che sia guida dell’ agire dell’ uomo. Da questo precetto discendono tutti gli altri perché, scrive San Tommaso, “l’ ordine dei precetti della legge naturale segue l’ ordine delle inclinazioni naturali”[iv].

La grande tradizione inaugurata dal padre della Scolastica viene rielaborata e portata a compimento da Maritain. La conoscenza del diritto naturale da parte dell’ uomo, sostiene Maritain, non avviene immediatamente, perché esso contiene alcuni oggetti evidenti (sideresi) ed altri consequenziali al grado di progresso morale della società. Esiste, dunque, un progresso nella conoscenza della legge naturale così come nella considerazione dell’ etica. Essa è universale per essenza, ma allo stesso tempo, storica nella sua manifestazione. La storia, allora, diventa il terreno fecondo per la crescita e lo sviluppo dei diritti; terreno il cui grado di fertilità non è deciso dai singoli individui, ma si produce durante lunghissimi processi.

Tuttavia, la fondazione dei diritti quale norma ontologica dell’ etica –e quindi la natura razionale e libera dell’ uomo che è interpellato in un cammino di senso- non sfugge a diverse obiezioni e a differenti problemi di ordine filosofico.

Il quesito principale che si pone alla riflessione è se esiste un fondamento dei diritti, cioè una natura o un’ essenza umana, una persona a cui i diritti competono in quanto è[v].

Secondo Maritain “è secondo questo dinamismo che i diritti della persona umana prendono forma politica e sociale nella comunità. Il diritto dell’ uomo all’ esistenza, alla libertà personale e al perseguimento della perfezione della vita morale, deriva, per esempio, dal diritto naturale propriamente detto”[vi].

Una risposta affermativa presuppone una previa presa di posizione che è filosofica e metafisica insieme ed è questo il motivo principale per cui tanto si contesta la possibilità di una fondazione teorica dell’ etica: presuppone l’ adesione ad un idea di natura e di legge naturale. Concetti molto lontani dalla sensibilità scientifica moderna[vii].

Il problema ontologico pone l’ interrogazione riguardo all’ esistenza di una natura umana dalla quale siano desumibili diritti insiti, norme e regole di comportamento. Una natura che abbia in sé un elemento teleologico non si oppone alla storia, anzi, essa rappresenta una realizzazione umana avviata verso il compimento. Inoltre, è possibile concepire la natura non come individualistica, aggressiva e ostile, ma come naturalmente sociale e politica. La socialità e la politicità della persona, individuano, infatti, il tratto specifico dell’ uomo che, non a caso, ha nel possesso del linguaggio la sua caratteristica specifica.

Ammessa l’ esistenza della natura umana sorge ora il problema gnoseologico; il problema, cioè di sapere se sia possibile da parte dell’ uomo conoscerla.

L’ obiezione, generalmente rivolta alla pretesa di conoscere la natura umana è, ancora una volta, di ordine relativistico: di natura si parla in modo diverso a seconda dell’ impostazione teorica che si accetta e a seconda della cultura di appartenenza.

Per evitare di incorrere in un riduzionismo estremo, è necessario verificare quale sia effettivamente un modello di conoscenza valido, oppure se alla conoscenza della natura siano congeniali vari modelli razionali. Un modello di conoscenza razionale, alternativo ad es. a quello logico – matematico, è anche quello che Maritain, rifacendosi a San Tommaso, chiama conoscenza ‘per inclinazione’ o per connaturalitatem.

La ragione come natura non può, infatti, essere intesa solo come facoltà raziocinante e discorsiva, liberamente esercitata dall’ uomo, ma anche come facoltà razionale che, in certo qual modo, precede questo suo esercizio e che può essere considerata pre– filosofica e pre- concettuale. La ragione, infatti, è la forma costitutiva specifica dell’ essere uomo, ed è perciò lo strumento conoscitivo che nella sua sfolgorante luce intuitiva o nella più sofferta mediazione dimostrativa ci aiuta a penetrare la verità di noi stessi, il dinamismo verso un telòs di perfezione e di gioia che è come il nostro ‘dover essere’ ideale, mai raggiunto pienamente quaggiù.

Tuttavia, se la natura umana come ragione non coincide con la razionalità scientifica, quest’ ultima sarà anche incapace di conoscerla. Ed infatti, Maritain, come San Tommaso ritiene che alla conoscenza della natura umana l’ uomo pervenga non mediante un procedimento logico discorsivo bensì per inclinazione. Una volta ammessa l’ esistenza e la conoscibilità della natura umana, sorge un nuovo e rilevante problema: è possibile ricavare dalla conoscenza della natura umana delle norme, delle prescrizioni, dei doveri e quindi anche un etica?

Probabilmente è questo il problema più pressante ed insidioso che la teoria della fondazione naturale dell’ etica deve affrontare. Tale difficoltà, evidenziata dagli esponenti della filosofia analitica e nota come ‘legge di Hume’, può essere formulata nel modo seguente: ‘è logicamente scorretto derivare un asserto prescrittivo da un altro che abbia soltanto carattere descrittivo’. Per chi accetta la validità della legge, non è dunque lecito compiere il passaggio dall’ essere al dover essere, dalla constatazione dei caratteri della natura alla formulazione di precetti etici.

Il problema reale è dunque: ammessa la sua validità logica, la legge è valida anche sul piano ontologico? Se è vero che sul piano ontologico essa ha titolo di legittimità, essa non ha la stessa assolutezza che poteva vantare sul piano logico. Più precisamente, se la legge ha una validità a priori –‘perché legge stessa del pensiero’ come afferma Aristotele- sul piano della realtà, la sua validità resta condizionata da asserti che sono, appunto, ontologici.

Sul piano della realtà dunque si può affermare la validità assoluta della legge solo se si accetta anche la concezione scientifica ed etica della realtà. In questo senso, “sono moralmente buone le azioni ordinate al fine dell’ uomo in quanto uomo, alla sua perfezione, sono moralmente cattive le azioni che lo allontanano, deviano l’ uomo dal suo fine ultimo. – Se esiste dunque un fine dell’ uomo in quanto uomo, ci sarà una regola intrinseca di moralità; se tale fine non esiste, non ci sarà neppure tale regola. Ecco perché abbiamo posto il principio di finalità come fondamento dell’ etica”[viii].

Ne deriva allora la certezza che il presupposto teorico fondamentale su cui si erge la dottrina della fondazione naturale dell’ etica si esprime nella consapevolezza che, pur nel variare delle situazioni, della storia e delle culture, la natura, l’ humanum, resta sempre il criterio e il presupposto comune e immutabile da cui muovere per giudicare il bene e il male e per dare senso e ordine alla realtà.

 


[i] Cfr. Tommaso d’Aquino, La Summa teologica, Bologna, ESD, 1985, I-II, q.91, a.2: “Partecipatio legis aeternae in rationali creatura lex naturalis dicitur”.

[ii] Alcuni autori come F. Compagnoni hanno elaborato questo concetto in modo più ampio ridefinendo il senso in ‘ricerca fondamentale e libera dei diritti dell’ uomo’.

[iii] Cfr. Tommaso d’ Equino, op. cit., I-II, q.94, a.2: “Hoc est ergo primum praeceptum legis, quod bonum est faciendum et prosequendum, et malum vitandum. Et super hoc fundantur omnia alla paecepta legis naturae : ut scilicet omnia illa faccenda vel vitanda pertineant ad praecepta legis practica naturaliter apprehendit esse bona humana”.

[iv] Idem, I-II, q.94, a.2.

[v] Cfr. Berti E., Le vie della ragione, Bologna, Il Mulino, 1987, p. 286.

[vi] Cfr. Maritain J., I diritti dell’ uomo e la legge naturale, Milano, Ed. di Comunità, 1953, p. 65-6.

[vii] Come afferma Berti [op. cit. 286] la maggior delle correnti scientifiche e filosofiche contemporanee è restia, se non del tutto contraria, a parlare di natura umana giacché l’ esistenza di una natura umana, intesa come complesso di caratteri distintivi e immutabili, si scontra con due evidenti dati di fatto: a) la constatazione della variabilità degli atteggiamenti umani; b) il diniego di attribuire ad essa un carattere permanente.

a. Sulla variabilità della natura umana, alcuni sostenitori più avveduti dell’ antropologia moderna non esitano ad affermare un’ idea di natura umana come impasto di acquisizioni storiche e di strutture permanenti, per cui focalizzare l’ attenzione solo su uno degli elementi risulterebbe un atteggiamento metodologicamente scorretto, essendo l’ uomo un essere che, seppure varia, preserva una struttura naturale comune che ne costituisce l’ essenza.

b. Per quanto riguarda la seconda obiezione, Berti ritiene che la cultura contemporanea operi una semplificazione dei significati di natura umana e legge naturale. Il giusnaturalismo moderno, infatti, concependo la natura come ideale stato posto all’ inizio della storia umana, ha contribuito alla sedimentazione di una concezione individualistica della persona e puramente contrattualistica e formale della società.

Da queste concezioni sono scaturite, infatti, le prime dichiarazione moderne dei diritti: il Bill of Rights inglese, ispirato a Locke, la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e le Dichiarazioni dell’ uomo e del cittadino votate in Francia nel 1789 e nel 1793, nelle quali è opposto l’ uomo, estraneo allo stato, al cittadino, fondamentale soggetto di esso.

[viii] Poppi A., Per una fondazione razionale dell’ etica, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 1989, pag. 43.

Bibliografia

Berti E., Le vie della ragione, Bologna, Il Mulino, 1987.

Maritain J., I diritti dell’ uomo e la legge naturale, Milano, Ed. di Comunità, 1953.

Poppi A., Per una fondazione razionale dell’ etica, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 1989.

 

Tommaso d’Aquino, La Summa teologica, Bologna, ESD, 1985.

 

Zecchinato P., La normatività della natura nella più recente filosofia italiana, in Berti E. (a cura di), Problemi di etica: fondazione norme orientamenti, Padova, Fondazione Lanza.

 
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Scritto da Gianni   
Lunedì 15 Novembre 2010 23:25

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Ultimo aggiornamento Lunedì 25 Aprile 2016 12:04
 


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